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Rimborsi benzina, condanne annullate
Torna in appello il primo filone dell’inchiesta

Basilicata

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POTENZA - Tornano in Appello le accuse per i membri del vecchio ufficio di presidenza del Consiglio regionale, coinvolti nel primo filone dell’inchiesta sui rimborsi pazzi, e già giudicati colpevoli in primo e secondo grado per truffa e falso.
Lo ha deciso la Cassazione che ieri ha annullato con rinvio la condanna a 1 anno e 4 mesi per l’ex presidente del parlamentino lucano Prospero De Franchi (Pd), i vice Franco Mattia (Pdl) e Franco Mollica (Udc), quest’ultimo tuttora in carica, e il segretario Giacomo Nardiello (Pdci).
I magistrati di Piazza Cavour hanno accolto le questioni sollevate dai legali dei 4 consiglieri regionali: Nicola Buccico, Sergio Lapenna, Giovanni Losasso e Leonardo Pace. Ma a chiedere l’annullamento tout court della condanna era stato anche il procuratore generale, come aveva fatto la pubblica accusa sia in primo che in secondo grado. Questa volta sulla base di un’osservazione per cui in Appello, a Potenza, gli elementi di dubbio su quanto realmente accaduto sono stati valutati a carico degli imputati invece che a discolpa, come si dovrebbe.
A riesaminare le accuse nei loro confronti saranno quindi i giudici della Corte d’appello di Salerno.
Al centro resta l’indennità di viaggio riconosciuta per anni ai consiglieri regionali residenti fuori Potenza, anche se alcuni di loro si avvalevano molto spesso di un “pied a terre” poco lontano dai palazzi di via Anzio.
L’inchiesta, condotta dagli agenti della mobile di Potenza coordinati dal pm Henry John Woodcock, è stata la prima a scoprire nel 2009 lo scandalo dei rimborsi riconosciuti ai membri del parlamentino di via Verrastro.
Tutto era partito da un’intercettazione dell’ex assessore Rosa Mastrosimone che al telefono con l’ex presidente della provincia di Matera Carmine Nigro ha svelato un’anomalia. Alcuni consiglieri vivevano a Potenza, ma intascavano il rimborso in quanto residenti fuori città.
«Si deve ritenere - spiegava la sentenza di primo grado - che l’ente regionale avesse necessità di conoscere non il dato anagrafico ma un fatto storico e cioè il luogo in cui il singolo consigliere avesse stabilito la sua abituale dimora in modo effettivo (...) non è infatti controverso che le risultanze anagrafiche hanno solo un valore presuntivo mentre la residenza è determinata dalla concorrenza di un elemento oggettivo (stabilità della permanenza in un dato luogo e) e di un elemento soggettivo (intenzione del soggetto di stabilire in quel luogo stabili consuetudini di vita in relazione alla sfera familiare, sociale, affettiva)».
D’altra parte il rimborso in sè era stato istituito in «funzione risarcitoria e non retributiva essendo correlato alle spese occorrenti per lo spostamento del consigliere dal suo luogo di residenza alla sede della regione ove si svolgono le attività istituzionali dell’ente».
I giudici di primo e secondo grado hanno superato anche la legge interpretativa approvata dal consiglio regionale due mesi dopo la conferma da parte del Riesame del sequestro sui conti corrente dei 4 consiglieri per l’equivalente delle somme contestate. Una norma con cui secondo il Tribunale «il legislatore regionale ha voluto chiarire che la percorrenza dei consiglieri dalla loro residenza è da intendersi come parametro di calcolo per il rimborso».

l.amato@luedi.it

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