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IL COMMENTO
Quei moderati che cadono nelle trame pecorecce

Basilicata

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IN PRINCIPIO furono Mele e Sircana: o meglio, all'alba della Repubblica c'è un caso di democristiano beccato in un lupanare capitolino ma le fonti sono talmente lontane che il ricordo si fa sfocato anche sul web. Perché la trama pecoreccia e di provincia che da due giorni scuote la sonnacchiosa Potenza ha, come noto, più di un precedente nella “Suburra” cantata dal giornalista Filippo Ceccarelli — prima che il marchio diventasse un titolo da libro e adesso film sulle degenerazioni della mafia capitale.
Precisazione: il caso dell’assessore comunale che a Potenza ha denunciato il tentativo di ricatto hard ed estorsione a mezzo frame esplicito è una vittima, mentre sulle ricadute politiche ognuno può pensarla come vuole: d’altra parte il tema della ricattabilità osé è entrato prepotentemente nell’agenda politica dai tempi dei celebri festini nelle varie residenze dell'ex cavaliere Berlusconi alle prese con olgettine, arcorine e grazioline varie.
E però la maledizione dei sedicenti “moderati” beccati con la mano nella marmellata è un filone troppo appassionante: porta dritto a Filippo Mele, parlamentare Udc che in una versione decadente della Dolce Vita felliniana fu beccato in un hotel in zona via Veneto con due prostitute (una delle quali fu poi ricoverata per un mix di cocaina e alcool). Correva l’anno 2007: lo stesso in cui il segaligno portavoce del governo Prodi, Silvio Sircana, fu immortalato in notturna mentre avvicinava, sporgendosi dalla sua monovolume Volkswagen, una prostituta transessuale per i viali della sordida Roma.
Ma siccome la teoria e pratica del “tira più un pelo” non fa distinguo di casacca, grande è il senso di rivincita che arriva da sinistra quando a finire incastrato – al netto, ripetiamo, della condanna che estorsioni e ricatti devono avere – è un esponente del moderatismo post-democristiano e perbenista tutto casa, famiglia e chiesa. Le cronache ricordano l’ex presidente del consiglio Mario Scelba minacciato a mezzo foto: gli scatti che lo ritraevano seduto ai tavoli di un bar con la presunta amante furono branditi come armi nelle stanze dei bottoni in cui si decidevano le sorti dell’Italia.
E’ come se gli occhiuti e bacchettoni esponenti di antichi e moderni partiti d'ispirazione cattolica (da segnalare, a proposito, che i Casini e i Fini del “primato della famiglia” sono tutti divorziati e risposati) scontassero il contrappasso andreottiano che ridicolizzò, nel convento di Santa Dorotea – già ospizio per prostitute da rieducare –, la corrente cui apparteneva anche il compianto decano dc che nel 2003 finì in quella faccenda della cocaina per uso terapeutico. Sì, proprio quello di Potenza, quello su cui soffiarono i venticelli della calunnia a sfondo sessuale.
Gli stessi venticelli che nel 2009 travolsero – ma con prove documentali – il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo, il quale subì un tentativo di ricatto da parte di alcuni carabinieri particolarmente attenti alle sue frequentazioni di transessuali, raggiunti dal giornalista nelle loro alcove in periferia anche in auto blu. In quel “tritacarne” finì anche Maurizio Gasparri, cui il Giornale – lo stesso della crocefissione di Sircana, due anni prima – dedicò una inusuale apertura dai toni davvero british in cui il dignitario di centrodestra spiegava a nove colonne le sue ragioni. E Marrazzo? Si dimise da governatore e oggi è inviato Rai in Medioriente.
La fenomenologia va infine aggiornata con il dossieraggio che nel 2010 colpì un altro governatore, il campano Caldoro, accusato – quasi fosse una colpa – di tendenze omo: per quei fatti, esattamente un anno fa Nicola Cosentino – ex sottosegretario all’economia del governo Berlusconi in carcere a Terni per i suoi rapporti con la camorra dei Casalesi – è stato rinviato a giudizio per diffamazione.
Certo le cyber-frequentazioni sono altra cosa. Negli States lo chiamano sexting (scambio di messaggi espliciti magari conditi da immagini), e un caso simile a quello dell'assessore potentino fece balzare agli onori delle cronache (mondiali) il democratico Anthony Weiner, stroncando la sua corsa prima al Congresso e poi alla successione di Bloomberg come sindaco di New York: recidivo (2011 e 2013) era dedito alla pratica del selfie pubico, con pene più o meno in erezione, da condividere in pieno spirito social su frequentatissimi portali ad hoc; la terra della liaison Monroe-Kennedy e della fellatio di Clinton oggi lava i propri peccati con le pubbliche scuse e la gogna tv – preferibilmente con sguardo a terra e moglie al fianco: il trionfo della famiglia dopo il ritorno del figliol prodigo – e infatti anche Weiner vi si sottopose. Ma giusto per allontanarci ulteriormente dal caso lucano, c'è tutta una fenomenologia di insospettabili politici beccati con escort a Washington quasi in una riduzione politica della figura – questa planetaria – del manager in cerca di una “coperta” in hotel.
In Italia tanto le dimissioni quanto le scuse sono alquanto rare, e anzi le scappatelle per un politico sono quasi motivo di vanto e forse picchi di preferenze (si veda ancora la mistica del Berlusconi tombeur des femmes come molti italiani vorrebbero essere). I libri di Ceccarelli “Il letto e il potere: storia sessuale d’Italia da Mussolini a Vallettopoli bis” (prima edizione 1994) e “Suburra: sesso e potere, storia breve di due anni indecenti” (2010) hanno fotografato il ventennio che traghettò l'Italia dai tinelli della tv commerciale e scollacciata del Biscione (un logo una filosofia di vita) ai pericolosi cascami che i vari festini continuano a registrare nella cronaca giudiziaria — non potendolo più in quella politica.
«E’ un po’ che avverto una mancanza: sono almeno due anni che non scoppia uno scandalo sessuale. Che questo paese stia perdendo le sue tradizioni? E questa è una di quelle più radicate» ha scritto meno di due mesi fa lo storico Aldo Giannuli, archivio vivente della Roma dei Palazzi e delle trame. Ecco, si parva licet dalla Basilicata arriva l’ultimo capitoletto della saga. E attenzione alle vocali.

e.furia@luedi.it

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