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L'INTERVISTA
«Per il 2018 in Basilicata saremo in grado di pesare»

Basilicata

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E’ DATATO 1973 l’esordio in politica di Vincenzo Folino, allora solo quindicenne. Prima la Fgci, subito dopo la tessera del Pci e la battaglia nel piccolo comune di Pietrapertosa a favore del divorzio. Una lunga carriera di militanza nelle istituzioni, quella del politico “dal brutto carattere”, culminata con la Presidenza del Consiglio regionale, dopo una parentesi da assessore alle Attività produttive, prima dell’approdo a Montecitorio. Testimone e protagonista in prima persona (in qualità di segretario di circolo, provinciale e regionale) di tutte le trasformazioni più importanti del suo partito: dal Pci al Pds, poi Ds e infine Pd.

Ha vissuto in maniera diretta la fase costitutiva di quel Partito democratico a cui ora dà l’addio. Quali sono state le aspettative tradite?
«Non nascondo che ho sempre nutrito un certo scetticismo rispetto alla riuscita della sintesi tra la cultura cattolico popolare e quella progressista di sinistra. Non ci sfuggiva quanto sarebbe stato difficile adeguare al sistema maggioritario il panorama politico italiano. Ci abbiamo provato e a mio avviso molto di più si poteva fare. La situazione in cui versa il Pd è sotto gli occhi di tutti. Forse, anche per rispondere al cambiamento sociale in atto (e mi riferisco soprattutto alla crescente tendenza all’individualismo e la sovraesposizione mediatica), il partito ha finito per alimentare delle cadute che oggi ci hanno portato a questo punto: non una sintesi delle diverse culture politiche coesistenti, ma un movimento di bande che continuano a darsi battaglia. Con un uomo solo al comando. Tradendo quello che dovrebbe essere il principio fondante: partecipazione e condivisione. Tutto questo ha prodotto una crescente scollatura rispetto al tessuto sociale».

Quando è maturata in lei la consapevolezza di questa scelta «emotivamente difficile»?
«Com’è noto mi sono autosospeso dal partito ormai un anno fa. E l’ho fatto per i troppi errori commessi da Renzi. Per me l’apice della non sopportazione è arrivato con lo Sblocca Italia. Una legge sbagliata e confusa sul tema delle estrazioni e che - per tornare a quanto dicevamo prima - si basa ancora una volta sul non ascolto. Ma di fronte ai segnali di insofferenza che arrivavano da diversi parlamentari, la risposta di Renzi è stata “è un bene che vadano via”».

Ma la scelta di lasciare il partito denota una crisi di rappresentanza anche rispetto alla minoranza Dem guidata da Speranza..
«A mio avviso, l’opposizione interna al partito ha messo in campo una battaglia sempre più debole e discendente. Ricordo che non ho votato nè lo Sblocca Italia, nè la riforma della Scuola, a differenza di quanto ha fatto la minoranza Dem. Sono cresciuto politicamente insieme ai braccianti, gli edili e gli operai. E continuo a credere fermamente che la politica debba riappropiarsi del confronto con la gente.

E ora quali saranno i risvolti politici in chiave locale?
«Partiamo da un dato: gli ultimi mesi del Pd lucano si commentano da soli. Dal canto mio, l’intenzione è quella di raccogliere la forte spinta di tutti coloro - di cultura politica sia cattolico popolare che democratico progressista - che chiedono di partecipare per opporsi al destino di impoverimento della regione che per la Basilica sembra sempre più ineluttabile. Penso alla reti di associazioni, ma soprattutto alla gente comune.

Ha già in mente qualche referente politico?
Nessuno in particolare. Ripeto, guardo soprattutto alle persone, e le assicuro che sono tante, che hanno voglia di un nuovo protagonismo. Senza contare che ci sono molti amministratori locali silenziosi. Sono sicuro per il 2018 saremo in grado di pesare ed essere all’altezza della sfida. L’intenzione non è dare battaglia al Pd, ma spingere il Pd a fare una politica migliore.

Sempre da “allenatore”, ruolo in cui si è proposto qualche mese fa?
Certo, lo confermo. Diciamo che il mio sarà il contributo di chi vuol offrire un percorso di orientamento.

In una giornata come quella di oggi, qual è il sentimento che prevale, amarezza o fiducia ed entusiasmo per il futuro?
Non parlerei di amarezza. Certo, c’è un po di sofferenza per aver lasciato i compagni di viaggio. Anche se, dopo l’autospensione, per me era già cambiato qualcosa. Ma sono sereno, molto sereno. E’ stata una scelta valutata e ponderata. Ho un dovere morale: restituire fiducia a chi mi ha dato fiducia. E so che questa era l’unica scelta di coerenza possibile.

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