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L'INTERVENTO
Le contraddizioni dei democratici

Basilicata

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POTENZA val bene una messa. Il timore di arrivare dilaniati all’appuntamento con le urne ormai vicinissimo, ha spinto il Pd a trovare una soluzione non politica ai problemi del partito. Una situazione chiarissima se si considera che su una questione tutt’altro che irrilevante come quella tra chi vorrebbe le elezioni e chi vorrebbe entrare nel governo cittadino, sembra stia vincendo la linea dell’appoggio esterno che è il modo migliore per prolungare l’agonia della città e per far perdere smalto al sindaco che pure già ha iniziato a prepararsi ad una nuova battaglia elettorale.

Al congresso cittadino del capoluogo sono stati in molti a sbandierare una rinnovata unità che, nei fatti, non c’è. In politica si ha unità quando ci si trova concordi sul terreno delle cose da fare, quando si ha una visione comune del futuro. Trovata l’unità, è semplicissimo individuare la guida giusta per rendere concreta l’azione del partito.

Nel Pd non è accaduto questo, tutt’altro. I dem hanno preso atto che le divisioni sono inconciliabili, per questioni personali e politiche, e hanno deciso di nascondere la polvere da sparo sotto il tappeto sperando che a nessuno venga in mente di dargli fuoco.

L’elezione di Sarli alla segreteria nasce da queste considerazioni più che dalla volontà di avviare un nuovo corso. Se ci fosse stato un congresso vero si sarebbe assistito ad un proliferare di mozioni con uno scontro di idee e di soluzioni politiche alla disastrosa situazione della città.

Potenza avrebbe forse meritato questo ma la ragion di stato (che in questo caso è il partito) ha consigliato di evitare la resa dei conti e magari di rinviarla a data da destinarsi.

Perché, prima o poi, la resa dei conti ci sarà. La prossima direzione regionale sarà un banco di prova importante per la tenuta di questa tregua armata tra fazioni in lotta, che non sono solo due.

Forse con eccessiva semplificazione in questi giorni si è ragionato sul passaggio di truppe al confine renziano: Santarsiero, De Filippo, Spada, Chiurazzi, Restaino, persino, qualcuno dice, Santochirico. A ben vedere però, questo movimento di soldati sembra più dettato dalla necessità di trovare spazi di agibilità politica che da convinzioni legate all’azione di governo dello Stato, della Regione e dello stesso partito. Il compatto fronte bersaniano non è venuto giù come il muro di Berlino, ammaliato dalle luci del supermercato renziano. Semplicemente sta trovando una nuova disposizione tattica per giocare una partita che porti dei vantaggi reali alle singole fazioni più che all’intero partito.
Il “lettiano” De Filippo non può di certo amare Renzi (figuriamoci Pittella) può darlo a vedere per ragioni di opportunità. Né i cattolico-democratici che hanno sostenuto Luongo al congresso regionale possono essere stati conquistati dal fare decisionista del leader del partito. Nello stesso tempo, però, non potrebbero mai accettare uno spostamento dell’asse del Pd verso sinistra come vorrebbero i bersaniani di ferro rappresentati da Roberto Speranza. In altre parole, provare a sommare elementi diversi sarebbe un errore da matita blu. Anche perché se davvero ci fosse una nuova maggioranza nel Pd lucano non si capirebbe il motivo di congressi come quello celebrato a Potenza, né del tatticismo esasperato a cui si assiste da tempo nella definizione dei nuovi assetti regionali nel partito e nella giunta Pittella.

E’ chiaro che la situazione lucana rifletta, con le normali distorsioni localistiche, l’immagine del caos primordiale imperante nel Pd nazionale che per la prima volta è alle prese con una crisi di rigetto.

Trapiantare il cuore dei Ds nel corpo di una creatura che, almeno nelle intenzioni, doveva avere un’identità liberal di stampo angloamericano è stato un azzardo. Finché il nucleo dirigente forte del partito è stato incarnato dalla vecchia guardia dei Ds, non ci sono stati problemi. Ora però che la vecchia nomenclatura è stata messa fuori gioco, i nodi stanno venendo al pettine.

L’emorragia a sinistra è costante e rischia di cambiare il volto del Pd in un modo o nell’altro. Mai come in questi ultimi anni si è avuta chiara la sensazione che ci siano almeno due Pd e che aderire ad uno piuttosto che all’altro dei due schieramenti non è una differenza da poco. Se cioè prima c’era un partito di centrosinistra, ora ce ne sono due: uno di centro che tenta di ingrandirsi sfruttando la diaspora degli ex berlusconiani e uno di sinistra che strizza l’occhio alle componenti radicali della sinistra e a quella parte più politicizzata dei Cinque Stelle che si ritiene possa essere vicina alle posizioni della sinistra. In questo quadro è evidente che trovare punti di contatto. Il Pd può esistere solo in un sistema bipartitico, non in coalizione perché è esso stesso una coalizione. Se non si comprende questo non se ne verrà mai fuori.

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