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Arpa, Schiassi verso l’addio
«Contro di me chi non vuole un’Agenzia terza e indipendente»

Basilicata

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POTENZA - Colpo di coda del dg Aldo Schiassi all’Arpab. La fine anticipata del suo mandato, imposta dalla recente legge di riforma dell’Agenzia, che prevede anche il bando per la nomina del direttore, spinge l’ex manager della Sanità campana a convocare i giornalisti. Non solo per tracciare il bilancio di un anno e mezzo di attività (veniva nominato a luglio 2014), ma anche e soprattutto per spiegare i retroscena di un certo clima ostile alla sua gestione e di quel provvedimento «contra personam» licenziato dal Consiglio regionale.

Il clima

I giorni all’Arpab per Schiassi - a meno di una riconferma tramite nuovo bando - sono ormai contanti, «anche se - ammette il manager - mi piacerebbe portare a termine quello che ho cominciato». Tanto che il direttore ha comunque presentato la domanda di partecipazione all’avviso pubblico, «perché le battaglie si combattono fino alla fine». Ma chi e perché avrebbe messo Schassi alla porta? «Personalmente ho la coscienza a posto. Posso affermare di aver fatto bene, insieme a buona parte di questa struttura, consegnando alla Basilicata pagine di verità sulle questioni ambientali affrontate. Ho detto alcuni “no” che hanno fatto crollare il sistema precostituito». Come il rifiuto all’invito di un sindacato «che chiedeva un incontro privilegiato in Regione». «Ho sentito il lezzo di un consociativismo in cui non mi sono identificato».
«E’ stato lo stesso Pittella in un intervento di qualche mese fa - continua il dg, che ha voluto la partecipazione alla conferenza del giornalista di Panorama, Carlo Puca - a definirmi un uomo scomodo, avversato perché libero e indipendente». Per fare sintesi dei tanti sassi lanciati nel corso del lungo incontro con la stampa, il direttore non avrebbe assecondato quella parte politico sindacale che non gradisce il tentativo da lui fatto di restituire terzietà e indipendenza all’Agenzia. Del resto, lo stesso presidente Pittella che un anno e mezzo fa lo aveva chiamato a capo dell’Ente («in base a competenze ed esperienze professionali maturate, e non per cooptazione politica, tanto che non sapevo nemmeno che in Basilicata si era votato solo qualche mese prima), in un colloquio informale chiestogli dal direttore alla notizia dell’iter legislativo in corso, «mi ha fatto capire che in qualche modo stesso subendo una determinazione politico-sindacale». Torna a definirsi un uomo «libero, indipendente e determinato». E a bocciare una legge di riforma dell’Agenzia, «raffazzonata, che rappresenta un passo indietro per l’Agenzia». Rispetto alla quale ammette di aver inviato una lettera a tutti i consiglieri regionali, prima dell’approvazione in aula, per far emergere quelli che sarebbero stati i punti di criticità. Il che, però, non ha cambiato l’esito: il provvedimento è stato licenziato a maggioranza

L’eredità
Parla ancora di quel profondo cambiamento che avrebbe impresso al più importante ente strumentale della Regione. «Ho trovato un sistema caotico, decontestualizzato, fuori luogo rispetto alla mission assegnata. Ho lavorato molto. Ho portato avanti un processo di riorganizzazione molto forte. Per dirne una: prima le attività dell’Agenzia erano disperse su prestazioni non obbligatorie e onerose. Per prima cosa mi sono preoccupato di ridare priorità a quelle strettamente attinenti alle competenze dell’Agenzia. Certo, la struttura avrebbe bisogno di un esercito più numeroso». Tra gli “orrori” ereditati al suo arrivo, «il contratto di locazione della sede di Matera per 4 milioni di euro». «Ho scritto alla Regione per chiedere la disponibilità di patrimonio pubblico e ho provveduto subito a disdire il contratto». Poi l’affondo contro il sistema pubblico lucano. «Per chi non lo sa, la Regione muove circa 2 miliardi di euro: 1,5 per gli stipendi e 500 milioni per lo sviluppo».
In generale, un tessuto fragile: lo sono «la società civile, il dipartimento Ambiente, il Cnr e l’Università». Riconosce, invece, buone qualità professionalità a gran parte del personale Arpab.
Non approndisce le risposte ad alcune domande rivoltegli dai giornalisti sui fatti specifici del suo mandato, come l’appalto affidato con cottimo fiduciario a una società campana in odor di camorra («serviva dotare al più presto la Valbasento di 140 piezometri mancanti e dai certificati ufficiali non risultava nulla a carico della ditta»); o ancora sulla sentenza con cui il Consiglio di Stato ha decretato la riattivazione del forno Fenice, smontando la relazione Arpab con cui era stata disposta la chiusura («rimango convinto della bontà del provvedimento»).
Liquida con il termine «pantomima» - parola che ritorna più spesso nel corso della conferenza - la questione del bilancio di previsione 2014 mancante e infine approvato con un anno e mezzo di ritardo. E anche la vicenda del presunto inquinamento del Pertusillo da idrocarburi, o ancora della radioattività («naturale») delle acque di scarto del ciclo del petrolio.

Il bilancio mancante

«Non mi sono accorto, e non potevo accorgermi della mancata approvazione da parte della Regione del bilancio di previsione 2014 perché era stato liquidato da Arpa e inviato alla Regione prima del mio insediamento. Non ho ricevuto nessuna comunicazione ufficiale da parte di via Anzio, se non dopo l’assestamento di bilancio che ho redatto sulla base del via libera dei revisori dei conti. Certo, sono rimasto basito dal fatto di non essere stato avvisato tramite una telefonata ma da un atto ufficiale. E del resto ho notato una certa tendenza di uffici e commissioni a comunicare con gli interni dell’Agenzia e non il sottoscritto. Ho avuto la sensazione di una tela tessuta per alimentare una pantomima strumentale». Il direttore lascia intendere una sorta di agguato a danno della sua immagine. «Ho preso provvedimento nei confronti dei dipendenti dell’ufficio bilancio e avrei voluto agire anche disciplinarmente. Ma non ho potuto farlo perché Arpa non ha una commissione ad hoc».
Le cinque priorità ambientali
Area industriale di San Nicola di Melfi, le due valli interessate dal petrolio (del Sauro e dell’Agri), la Valbasento, le aree industriali di Tito e Potenza, e l’ex Itrec di Rotondella: questi gli ambiti su cui l’Arpa di Schiassi ha concentrato le sue attività. Con una premessa: «La Basilicata non ha “terre dei fuochi”, nonostante il mio insediamento mi avessero prospettato disastri in corso». «Abbiamo fatto il nostro dovere, non limitandoci ad analizzare i dati, come accadeva prima, ma cercando le cause e i rapporti con gli effetti, e fornendo soluzioni». Come è accaduto per la moria die pesci nel Pertusillo. «I risultati parlano chiaro: a provocare il fenomeno sono gli scarichi illegali di allevamenti e agricoltori, e di qualche azienda locale, non le estrazioni petrolifere». Tra i possibili fattori concomitanti anche la pesca da frodo.
E sulla base di queste conclusioni sono state fatto delle proposte alla Regione. Come la bonifica del Pertusillo, per la quale l’Unibas avrebbe già un progetto. Per quanto riguarda le emissioni del Centro Oli, «non ci siamo limitati a misurare i livelli di idrogeno solforato. Abbiamo capito che il problema era l’adeguamento dell’impianto. Abbiamo scritto alla Regione che a sua volta ha spinto il Ministero a chiedere l’ammodernamento dell’impianto». Per quanto riguarda Total, «saremo i primi a tracciare il cosiddetto “punto bianco”», cioè il monitoraggio dei parametri ambientali prima dell’avvio delle attività produttive.
Nell’area di San Nicola di Melfi, «il vero problema abbiamo accertato che il vero problema è rappresentato dal fatto che il Consorzio Asi non ha provveduto a impiantare i piezometri che erano stati previsti. Rendendo monco il monitoraggio». Per la aree industriali di Tito e Valbasento, «abbiamo dato avvio alle bonifiche per milioni di euro, oltre a garantire un monitoraggio serio». A Potenza, «abbiamo fatto per la prima volte le analisi delle diossine e proponiamo che queste vengano ripetute almeno una volta al mese. Ma il vero problema è che bisognerebbe cambiare l’Autorizzazione integrata ambientale, che dovrebbe fissare prescrizioni più stringenti». Una conferenza che arriva inevitabilmente in tempi sospetti: quello di Schiassi è sembrata proprio la premessa di un addio senza ritorno.

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