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Due chiacchiere con Gianni Pittella
Ricordando i tempi della militanza

Basilicata

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Non lo vedevo da almeno trent’anni. Allora c’erano ancora i partiti, ai tempi della Prima Repubblica.

Gianni Pittella era socialista, io avevo da poco abbandonato la militanza nel PCI ed ero impegnato come inviato di Telenorba per la quale molto spesso seguivo le riunioni del Consiglio Regionale di Basilicata a Potenza. Gianni era stato eletto consigliere regionale nel 1980 e fu allora che le nostre strade si incrociarono.

Molto spesso lo intervistavo sui temi all’ordine del giorno del consiglio regionale. Gianni era molto chiaro nelle sue esposizioni e rendeva con chiarezza i concetti.

Poi arrivarono lunghi anni di silenzio, e le nostre strade si divisero. Infine, qualche giorno fa la telefonata: “Sono Gianni Pittella, vorrei venire a farti visita”.

In un attimo è successo ciò che non era successo in tre decenni. E, sorpresa nella sorpresa, Gianni è arrivato a casa in compagnia della moglie Agata che non vedevo da altrettanto tempo, e di Patrizia Minardi, responsabile della Sezione Cultura della Regione Basilicata. È stato lungo e commosso l’abbraccio con Gianni e pregno di significato l’incontro.

La rispettiva militanza politica nei partiti di sinistra contribuì a rinsaldare la nostra amicizia. Furono frequenti le occasioni di incontro per almeno un decennio, oltre che in Consiglio Regionale non furono rare le occasioni in cui ci siamo trovati a condividere momenti di frequentazione durante le manifestazioni politiche del Partito Socialista Italiano.

Anche se di breve durata, l’incontro è stato intenso e commosso. Poche parole per ricordare gli anni della prima amicizia. Gianni ha voluto sapere della mia attività e più ancora dei miei progetti. Quella mezz’ora di visita è bastata per risvegliare in me ricordi sopiti e sedimentati.

Dei quali, il più antico, mi ha riportato alla memoria l’amicizia con il vecchio padre Domenico che conobbi agli albori degli anni Settanta. Don Mimì Pittella, come lo chiamavano a Lauria dove esercitava la professione di medico, in vista della sua candidatura alla Camera dei Deputati nella liste del PSI, aveva organizzato nella sua città un convegno unitario col Partito Comunista sui temi dello sviluppo economico. Fu allora che lo conobbi, stabilendo con lui un ottimo rapporto di amicizia anche sul piano personale. In quelle elezioni don Mimì risultò il primo suffragato in Italia fra i candidati socialisti.

Insomma divenne un caso emergente della politica nazionale. Nessuno allora avrebbe immaginato la tempesta che si sarebbe abbattuta su di lui.

Nella sua clinica a Lauria, una notte del 19 giugno del 1981 si presentò una donna ferita da arma da fuoco per essere soccorsa. Si trattava delle nota terrorista Natalia Ligas, ferita ad una coscia in un conflitto a fuoco durante un tentato sequestro. Don Mimì Pittella, sotto minaccia della terrorista non potè sottrarsi dal curarla e venne obbligato a non denunciare la terrorista. Del resto, cosa avrebbe dovuto fare un medico di fronte a un ferito?

Era suo dovere curare la Ligas e questo fece il dottor Pittella. E si capisce anche la ragione per cui non potè denunciarla: la minaccia di una pistola avrebbe atterrito tutti. Insomma da quel momento l’esistenza di don Mimì Pittella venne sconvolta in modo irreversibile. Dovette dire addio alla sua attività di medico, al suo fertile impegno parlamentare e al suo ruolo di padre.

L’aspetto più sconcertante, che avrà lasciato una ferita nella sua anima, fu la pugnalata infertagli dalla condotta di un suo campagno di partito, il socialista Fernando Schettini, all’epoca vice presidente del Consiglio Regionale di Basilicata che accusò e denunciò il dottor Pittella di aver organizzato il suo sequestro per mano delle Brigate rosse.

Accusa suggerita da faida politica, molto frequente anche nei partiti della sinistra. Il prestigio conquistato da don Mimì Pittella all’interno del PSI provocava evidentemente non poca invidia fra i suoi compagni di partito. Iniziò allora il suo calvario giudiziario durante il quale fu latitante per circa sei anni in mezza Europa.

Poi la detenzione e il processo, quindi il carcere e tutto quel che ne derivò con la perdita dei diritti civili. Infine la riconquistata libertà dovuta anche alla parziale grazia concessa dal Presidente della Repubblica Ciampi, e il ritorno alla politica con l’infruttuosa candidatura al Senato nel 1992 in una lista civica.

E fu in quella occasione che le nostre strade tornarono ad incontrarsi. Don Mimì venne a trovarmi nella redazione della emittente televisiva TRM dove svolgevo il ruolo di redattore per commissionare uno spot elettorale a sostegno della sua candidatura.

Aveva l’aria stanca. Mi confessò che era stato indotto ad abbandonare il PSI per la vecchia ferita aperta dalla vicenda giudiziaria. Cogliemmo allora l’occasione per riannodare l’antico rapporto di amicizia rievocando i bei tempi delle nostre militanze politiche. A conclusione dell’incontro l’anziano senatore mi abbracciò con affetto. Poi la sorpresa: consegnò nelle mani dell’editore un assegno destinato a me.

Da ultimo, accantonata la politica, ha potuto godere di una nuova libertà gratificata da due figli che occupano con dignità e autorevolezza posizioni di primo piano nel panorama politico nazionale ed europeo: Gianni, eletto presidente del Gruppo del S&D al Parlamento Europeo e Marcello, presidente della Giunta regionale di Basilicata.

E proprio nel nome del suo papà ci siamo salutati con Gianni al termine della sua visita, dopo il suo impegno a dare continuità ad alcuni impegni che ha voluto assumere nei confronti del lavoro che vado svolgendo nel ruolo di oparatore culturale.

Gianni ha voluto essere informato nel dettaglio sulle mie attività culturali e in modo particolare sulla vicenda dall’Archivio che ho messo su in mezzo secolo di ricerche e di raccolta di materiale storico, tanto da meritarsi il riconoscimento del Ministero del Beni Culturali che lo ha dichiarato di interesse nazionale e messo sotto sua tutela. A suggello della visita di cui mi ha gratificato, ho fatto omaggio a Gianni di alcune mie pubblicazioni, fra cui i volumi “E fu subito Lucania” e “La Repubblica Napoletana del 1799” con dedica a suggello della ritrovata amicizia.

La visita di Gianni Pittella è stata arricchita dalla presenza di una figura di spicco della cultura lucana. Lo accompagnava infatti Patrizia Minardi, responsabile dell’Ufficio Cultura della Regione Basilicata.

Patrizia era appena reduce dall’EXPO di Milano, dove aveva allestito il prestigioso padiglione lucano, nel cui ambito fra l’altro aveva inserito tre delle mie fotografie di Pasolini scattate nei Sassi di Matera nel 1964 durante la lavorazione del Vangelo secondo Matteo, insieme a numerose altre mie gigantografie sull’antico cibo lucano dei padri contadini realizzate nei decenni passati.

Anche Patrizia si è resa partecipe della mia attività culturale e in modo particolare della vicenda dell’Archivio Storico per la cui sorte si è detta disponibile ad aprire una concreta prospettiva per renderlo fruibile al vasto pubblico di studiosi e ricercatori e al mondo della scuola.

Durante quella visita ho compreso che con l’avvento di Patrizia alla guida dell’Ufficio Cultura della Regione Basilicata si è davvero girato pagina e si è messa la parola fine all’antico sistema clientelare e discriminatorio nella concessione di contributi a pioggia ai soliti raccomandati a sostegno anche di iniziative pseudo-culturali. Dalle sue parole è apparso con molta chiarezza che la Regione Basilicata ha imboccato una nuova strada, promuovendo e sostenendo le eccellenze che operano nel mondo della cultura e dell’intellettualità applicando il metodo della progettualità e della promozione del merito eliminando quella della mediocrità.

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