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«Noi Pittella nel Sud al cubo»
La politica come scelta di cuore che incrocia le regole della spietatezza

Basilicata

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Ci sono mille Lauria sparse per il Sud. Mille aree come la zona industriale di Galdo, fredda, desolata, brulla, spaesata, come potrebbe essere Fossoimperatore per chi scrive, con un salone grandi eventi dal colonnato neoclassico  scelto spesso dall’uomo più europeo della nostra Italia, Gianni Pittella, per incontrare la gente della sua terra. Ma se si viene da lì, come il “nero" del film di Alan Parker (la similitudine è nel libro) puoi avere voglia di lottare e puoi anche farcela. Devi mettere insieme cuore e spietatezza. Lauria è area Sud del Sud, se Potenza è a Sud rispetto a Napoli, Lauria è più a Sud di Potenza, incrocio di confine, tra Basilicata e Calabria, un Sud del Sud. Dunque un Sud al cubo, scrive Domenico Pittella, don Mimì, “che ho attraversato da medico a piedi o a cavallo, o sull’asino su bozze di strade rattoppate da qualche agricoltore”. Quelle strade che poi, appena diventato politico, avrebbe sistemato, “anche con le mie finanze”.

E’ un happy moment, proprio come si chiama il locale in località Galdo, questo che aspettava Pittella senior da una trentina di anni. Raccontare il suo socialismo, un socialismo umanitario lo chiama, e la storia di più generazioni di politica. “Noi Pittellla” dice più volte il papà di Gianni e Marcello (che sono i figli più grandi e più noti). Una casta, don Mimì? “Non una casata o una casta, ma una cellula della società lucana, al servizio della mia terra. La mia famiglia è un impegno politico intergenerazionale. Ai miei figli non ho mai regalato nulla. Hanno dovuto sudarsi le candidature, la loro scelta di fare politica è stata libera”.

C’è una lunga storia nel libro presentato sabato sera a Lauria ("Una vita per il socialismo umanitario” con prefazione di Salvo Andò, al tavolo con Dario Carella, l’avvocato Pisani e il simpatico Pino Carlomagno).  Dice don Mimì: “Solo quando raggiungi la serenità puoi scrivere il libro della tua vita”. Successi e polvere, parlamento e galera, Lauria e latitanza, una clinica messa su vendendo anche una casa e poi chiusa, la convinzione di aver subito un torto giudiziario negli anni dell’emergenzialismo in cui la politica socialista si trasformava in soccorso rosso (Giacomo Mancini ospitò a casa sua il latitante Franco Piperno), di sicuro nessuna intesa con i comunisti, molti attentati politici. Nel rapporto mai sopito tra comunisti e riformisti si inserisce la biografia romanzesca di questo medico molto amato dalla sua gente, coraggioso, dirà il figlio Marcello, ribelle. Con un macigno sulla spalle, una condanna nel Moro ter, poi graziata. Revisionismo in agguato?  Sarà il figlio Marcello PIttella, alla fine della serata, piangendo, a sottolineare in maniera esplicita: “Ognuno la storia la può affrontare e leggere come crede, ma è importante dire una cosa: questa è una storia chiusa”. Bisogna chiudere i conti col passato per poterlo raccontare. Foscolianamente, l’arte è fiamma di fuoco lontano.

Spaccato familiare, ricordi di gioventù, tributo socialista, ma il libro (scritto con l’ausilio del bravo collega napoletano Alessio Postiglione) è soprattutto la testimonianza di un meridionalista militante che negli anni di Colombo spostò la geografia politica a sud della Basilicata.

 Ma sabato sera è stata soprattutto - ci piace pensarlo - l’occasione per un tributo reciproco, dal padre ai figli e da questi al padre. Ci sono Gianni e Marcello, ma anche Pierdomenico (un sognatore, dice il padre, che ama il rock) che legge alcuni passaggi del libro, zeppo di affetto ovviamente anche per le figlie, Erika, ingegnere elettronico e docente universitario a Roma, ed Elisa, appena rientrata dal Canada. Il comune denominatore lo marca lui, “La ragion d’essere della nostra famiglia è l’impegno verso la comunità”.

Un passaggio di grande sostegno è al governatore: “Rivedo nella storia di Marcello la mia. Anche la mia storia con il Psi è stata burrascosa. Ma noi laurioti siamo abituati a fare il doppio, anzi il triplo della fatica per cambiare le cose”. E Marcello Pittella, quando chiude la serata parlando “da figlio, non da presidente” gli regala una grande commozione. “Io sono come lui”. Il patriarca guarda avanti, immobile come una sfinge.

Il secondo e terzo rischio nella affollata serata potevano essere la nostalgia e, per come è andata la storia socialista della prima repubblica e per le vicende processuali di don Mimì, il tentativo di marginalizzare l'azione giudiziaria. Non poteva che essere Gianni (identico al padre nelle foto proiettate della gioventù di quest’ultimo) a prendere il mano il ragionamento politico. Scherza: “Non è mica una adunata sediziosa contro la magistratura, né vogliamo riscrivere processi che possiamo considerare ingiusti ma che si sono conclusi trent’anni fa. Ci sono, piuttosto, dei nodi irrisolti nella transizione italiana, il dualismo Nord Sud, il riequilibrio dei poteri, il tema del ritorno alla persona, il dissolvimento dei gradi della sovranità, territorio, nazione, sovranazione. Ecco credo che questo libro possa testimoniare questo”.

Il volume alterna la biografia politica di don Mimì, con la storia romanzesca della sua vita, con insert di memoria autografati da Gianni, Marcello e Teresa, la donna poi diventata sua seconda moglie che gli fu vicino negli anni della latitanza e del processo.

Ci sono vecchi amici, con il loden blu e il bastone, c’è uno dei difensori di don Mimì, l’ex senatore Leonzio Borea che annuncia l’uscita a gennaio di un altro libro, sulla vera storia processuale, e ci sono anche tante presenze frutto delle inevitabili relazioni del governatore che si rivolge, loro per tutti, ai dg della sanità invitandoli ad andare avanti, con o senza di lui: a questa platea eterogenea Mimì Pittella aveva voglia di raccontare che il suo sogno di far fare a questo sud al cubo un balzo in avanti è stato spezzato ma che continua con i suoi figli. Racconta ancora Marcello: “Non capii subito il peso delle sue sofferenze...Chiari e nitidi sono ancora i ricordi di quei mesi di prigione, l’odore di certi luoghi, le ombre verticali di sbarre che ci separavano…Avevo davanti l’uomo passionale, il sentimentale di ferro, il rivoluzionario, il padre generoso e rigido che sapeva unire carezze e rigore, rimproveri e poesie…ecco perché molte delle sue sfide sono diventate le mie”. 

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