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Il senatore racconta la sua vita, i suoi dolori
e il socialismo «di cui ancora c’è bisogno»

Basilicata

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LAURIA – «Se potessi tornare indietro lo amerei di più, perché lui è stato una persona straordinaria e io sono un po’ come lui», ha dichiarato in lacrime il presidente della Regione Marcello Pittella, prendendo la parola alla presentazione del libro autobiografico del padre, don Mimì. E mentre scattava un applauso divertito e accorato, ha aggiunto: «Noi Pittella abbiamo un dna comune, che ci appartiene e ci contraddistingue tutti, anche Gianni, ed è quello di chi è animato da sentimenti profondi e affronta il suo impegno nell’attività politica e nella vita di tutti i giorni con il cuore prima ancora che con la testa». Il tratto distintivo di una famiglia legata da 3 generazioni alle sorti della Basilicata, che il Governatore - sottolineando di «essere il figlio e non il presidente»  ha ribadito con orgoglio pur se visibilmente emozionato, per «chiudere definitivamente una vicenda dolorosa» e sancire lo stretto connubio che lega i Pittella alla loro gente identificandone il cognome con un intero territorio.

Domenico Pittella, il senatore don Mimì, è stato intervistato da Dario Carella, Salvo Andò e Giuseppe Pisani per raccontare la sua esperienza biografica, divenuta con il contributo del giornalista Alessio Postiglione un’opera letteraria: “Una vita per il socialismo umanitario”. Due i temi principali trattati nel testo, la giustizia e il socialismo.

Un socialismo con l’uomo al centro, come ha evidenziato Pier Domenico, l’ultimo rampollo di famiglia, leggendo un passo del libro all’inizio della serata. Un’ideologia vissuta con convinzione profonda e «con la pancia» a sostegno dell’emancipazione e del protagonismo della povera gente delle campagne di Lauria, scevra dal raziocinio distaccato del materialismo scientifico di tradizione comunista, con le radici ben ancorate «nel sud al cubo di un piccolo presepe arrampicato su una montagna» e con lo sguardo rivolto all’Europa. Dove oggi il primogenito Gianni, presidente del gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento di Bruxelles, prova a continuare la sua opera, ha dichiarato il senatore raffigurandoselo ancora bambino inginocchiato davanti a sacrario dei caduti nella guerra in Libano; mentre l’altro figlio, Marcello, «è riuscito a cambiare la politica in Basilicata con un atteggiamento di onestà e preparazione».  Il senatore e medico cardiologo ha parlato fiero della sua clinica, dei primi cento posti letto messi a disposizione di «braccia da lavoro costrette all’emigrazione» e della vicenda (da cui in seguito, tardi, si sarebbe completamente riscattato) che segnò un momento critico della sua vita e della sua carriera, quando fu accusato dalla magistratura di fiancheggiare le brigate rosse per aver offerto soccorso a una donna che faceva parte dell’organizzazione terroristica di estrema sinistra. «Un punto sul quale devo per forza esprimere una valutazione personale negativa – ha commentato don Mimì – riferendomi a una giustizia che in gran parte è fatta di persone serie ma che è turbata da giudici non all’altezza della situazione. Adesso ho raggiunto la completezza e l’elevazione spirituale necessaria per scrivere un libro» ha concluso il senatore, manifestando l’intenzione di archiviare il passato e cristallizzarlo nelle pagine di un racconto, salutando tutti con un «abbraccio sincero» e precisando che «il Mezzogiorno ha bisogno di socialismo: perciò la gente mi vuole bene, perché io sono un buon militante socialista». «Questa è la cifra di tutta la vita di papà – ha confermato Gianni Pittella in un intervento appassionato – spesa nella transizione della storia italiana attraverso il dualismo irrisolto tra nord e sud, che ancora caratterizza il nostro paese oggi posto di fronte alle sfide terribili di una globalizzazione senza equilibrio». 

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