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IL COMMENTO
Da sinistra a destra, Pd rivoltato come un guanto

Basilicata

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DA sinistra a destra come in un testa coda vorticoso, dopo una curva pericolosa affrontata al termine di una strada disseminata di buche e trappole. Vincenzo Santochirico deve sentirsi come un pilota che disobbedisce agli ordini di scuderia perché pensa che si possa vincere la gara solo lasciando indietro il compagno di punta della sua squadra, e una volta sul podio si accorge di non avere più una macchina.

Nel suo (ex?) partito c’è chi fa il tifo per lui, gli offre un muletto per tornare a correre, ma non è così semplice.
Strano destino quello dell’ex vicepresidente della Giunta regionale.

Entrato da sinistra nei Ds con la corrente di Fabio Mussi, quando era forte il richiamo di Bertinotti e di Rifondazione comunista; transitato nel Pd quando i suoi compagni Mussi e Salvi fondavano, con una dose forte di velleitarismo, Sinistra democratica, credendo che la sinistra bisognava costruirla in quel partito; accusato ora di essere uscito da destra proprio da quel partito, guidato da uno che di sinistra in verità ha molto poco.

Da sinistra a destra, appunto. E’ più a destra di Matteo Renzi, Vincenzo Santochirico? O per restare in Basilicata, è più a destra di Marcello Pittella, di Salvatore Margiotta, di Erminio Restaino? Difficile affermarlo. Ma ha disobbedito al partito, quel partito chiesa che Renzi sta demolendo e di cui non vuol più sentir parlare.

E non ha forse disobbedito al partito il Capogruppo alla Camera del Pd quando non ha votato la fiducia al Governo presieduto dal segretario politico del suo partito?

Dopo aver fatto passare l’idea che la sinistra era tutto ciò che non stava con Berlusconi, il Pd con vocazione maggioritaria, quello che ha fuso a freddo, mettendole tutte insieme in un calderone, culture politiche distinte e spesso distanti come il cattolicesimo democratico, il socialismo riformista e il comunismo, in Basilicata vorrebbe tornare al senso di appartenenza? Alla chiesa? E chi sarebbero i sacerdoti del tempio? Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Ma prima sarebbe il caso di capire di che religione parliamo.

Nel Pd sembra essersi aperta una lotta tra sunniti e sciiti perché le letture del testo della fede, in questo caso lo Statuto, sono diverse. Persino gli equilibri politici interni al partito sono cambiati. I soci della ditta bersaniana hanno portato i libri contabili in tribunale e si apprestano ad entrare in società con una delle tante “controllate” della galassia di Matteo Renzi. Se si andasse alla conta in Assemblea regionale non sono in molti a poter scommettere, con ragionevole Speranza di vincere, sull’esito della consultazione. E a Roma non c’è storia, la minoranza è minoranza vera.

Ora, se Vincenzo Santochirico, che non era iscritto al Pd nel 2015 e quindi non aveva obblighi verso il partito, decide di rientrare e tesserarsi nuovamente chi può fermarlo e in base a quale norma dello Statuto?

Matteo Orfini, che è il suo riferimento nazionale, e che ha accolto nel Pd i parlamentari di Scelta civica che si sono candidati contro il partito alle Politiche? Dura da credere.

La sensazione è che se si aprisse un contenzioso finirebbero sul tavolo della segreteria nazionale tutte le questioni finite sotto il tappeto in Basilicata, dalla Giunta regionale alla sconfitta alle Comunali di Potenza e a quelle di Matera. E ci finirebbero pure le gestioni territoriali del partito che hanno favorito la contrapposizione estrema fino alla rottura.

C’era una volta il bianco, c’era una volta il rosso, c’era una volta il nero. Oggi prevale il grigio. Il colore della liquidità, del non essere, del veltroniano “ma anche”. Il Pd ha innalzato quel vessillo molti anni fa e non tornerà indietro, almeno per ora. La guerra è finita. Ci sono gli ultimi giapponesi che sparano a salve: possono arrendersi o continuare a combattere cambiando fronte. Là, sulle montagne delle Dolomiti lucane, dove il generale Folino è pronto ad accoglierli.

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