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Il “salva-consiglieri” risuscita
Accolti i ricorsi di De Franchi, Mattia, Mollica e Nardiello

Basilicata

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POTENZA - Se il “salva consiglieri” ha violato davvero il principio dell’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge lo deve decidere la Corte costituzionale. Ma non si può disapplicare come hanno fatto i giudici di Potenza.

E’ quello che ha stabilito la Corte di cassazione rinviando a Salerno il processo a carico dei vecchi membri dell’ufficio di presidenza del Consiglio regionale.

I giudici di piazza Cavour hanno accolto i ricorsi dei legali dell’ex presidente del parlamentino lucano Prospero De Franchi (Pd), i vice Franco Mattia (Pdl) e Franco Mollica (Udc), quest’ultimo tuttora in carica, e il segretario Giacomo Nardiello (Pdci).

In particolare, si sono soffermati sulla legge di «interpretazione autentica» delle norme sul rimborso delle spese di viaggio per consiglieri regionali di fuori Potenza. Un testo approvato nell’aula del parlamentino lucano all’indomani del sequestro delle somme «indebitamente percepite» da chi risultava residente lontano dal capoluogo, ma godeva di un comodo pied a terre poco lontano da via Anzio.

Condannando a 1 anno e 4 mesi i 4 consiglieri imputati i giudici del Tribunale e della Corte d’appello di Potenza avevano sostanzialmente disapplicato il “salva consiglieri”. Sulla base di un ragionamento per cui sarebbe stato privo «del carattere di interpretazione autentica», indicato anche nel titolo, per l’assenza «di contrasti giurisprudenziali preesistenti» che motivassero «l’intervento legislativo a fini interpretativi». Quindi andava considerato come una legge «genericamente innovativa», col divieto di esterne gli effetti anche alle situazioni maturate prima alla sua approvazione.   

Di diverso avviso la Cassazione che si ha sposato gli argomenti dei legali dei 4 consiglieri regionali: Nicola Buccico, Sergio Lapenna, Giovanni Losasso, Leonardo Pace e Alfonso Stile.

«L’affermazione che le leggi di interpretazione autentica presupporrebbero l’esistenza di insanabili contrasti interpretativi di natura giurisprudenziale è apodittica e non riscontrata dalla realtà». Così i magistrati romani, per cui anche: «l’ulteriore affermazione che le leggi di interpretazione autentica avrebbero natura meramente ricognitiva e non anche dispositiva e innovativa è contraddetta dalla giurisprudenza costituzionale citata dalla stessa corte territoriale».

La sentenza aggiunge che «la norma che deriva dalla legge di interpretazione autentica non può dirsi irragionevole qualora si limiti ad assegnare alla disposizione interpretata un significato già in essa contenuto, riconoscibile come una delle possibili letture del testo originario».

Nel caso di specie l’intervento interpretativo si era limitato a specificare che il termine di «residenza» indicato nella legge sul rimborso delle spese di viaggio andava inteso come «residenza anagrafica». Per questo la Cassazione giudica irrilevante se «il significato di “residenza anagrafica” appaia (...) attributivo di un diritto al rimborso per spese non sostenute».

«Occorre pertanto - concludono i magistrati di piazza Cavour - che la Corte di appello svolga un nuovo giudizio considerando la legge del 2009 come di interpretazione autentica (...) Spetterà a tal punto alla corte territoriale valutare l’eventuale rilevanza di tale prodotto normativo rispetto alla questione oggetto di processo, e conseguentemente valutare i profili di costituzionalità della regola interpretativa sollevando, se del caso, la relativa questione di legittimità costituzionale».  

l.amato@luedi.it

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