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Salvini leader del centrodestra?
A scegliere deve essere il popolo

Basilicata

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NOVA SIRI – E’ un Cosimo Latronico stanco ma contento, quello che ci accoglie nella sua casa di Nova Siri di domenica pomeriggio. L’entusiasmo, in particolare, è legato alle novità che lo hanno assorbito nelle ultime settimane. La prima, per la quale si è speso tantissimo nel mese di ottobre, è la proposta di legge che potrebbe far cambiare il passo al metapontino: l’istituzione del Parco Archeologico della Magna Grecia. L’altra, quella più politica, è legata al suo passaggio al gruppo animato da Raffaele Fitto, “Conservatori e Riformisti”.

Sullo schermo televisivo, i fatti di Parigi e poi, in un salotto, la faccia agguerrita di Salvini. Latronico si ferma e commenta: «Ma ci rendiamo conto? Si può pensare che il centrodestra abbia una leadership di questo tipo? Qui si sta parlando di un tema serio, che chiama in gioco responsabilità internazionali, e lui si mette a dire di andare a sparare, prendere i fucili… Ci sarebbe bisogno di ben altro equilibrio».

Che parole bisognerebbe usare in questi casi?
«Parole di equilibro ma anche di verità. Sa una cosa? Le confesso che, nel contesto delle dichiarazioni di questi giorni, una delle cose più sensate l’ho sentita dire a Massimo D’Alema. Ha detto semplicemente che Usa e Urss devono assumersi le proprie responsabilità. Ha colto il punto vero senza giocare con gli slogan populisti».

Salvini però è il leader del centrodestra. E’ un dato di fatto o no?
«Non direi. Sarebbe auspicabile, invece, che gli elettori di centrodestra scegliessero il proprio leader attraverso sistemi di partecipazione. E comunque credo che sarebbe un bell’assist per Matteo Renzi una leadership avversaria spostata a destra in senso estremista. Sono estremismi che tirano sul loro 15%, ma più in là non possono andare, e soprattutto così si lascia privo di rappresentanza proprio quell’elettorato moderato predominante su cui Renzi rischia di avere gioco facile pur senza rappresentarne veramente lo spirito».

L’ex ministro è anzitutto un amico personale. Pentito di non aver lasciato Berlusconi allora?
«No, perché dovrei? Abbiamo scommesso sull’idea di una forza unitaria, anche se ritengo comprensibile il ragionamento governativo degli amici di Ncd».

Però?
«Però Berlusconi aveva promesso una Costituente che di fatto non ha mai favorito. Come ho detto anche alla convention, la responsabilità va condivisa, non centralizzata. Ecco, se può esserci un elemento comune tra Renzi e Berlusconi è proprio questo: entrambi rischiano di avvitarsi in un centralismo democratico che non è risposta alla crisi della politica e all’attuale domanda di partecipazione. Anzi, forse Renzi ancor di più…»

Sempre troppo buono con Berlusconi…
«Non è questione di bontà, ma di riconoscergli tutto ciò che ha fatto ed è tanto. Noi non diciamo neppure una parola contro Berlusconi, ma di fatto la sua posizione attuale rischia di compromettere il futuro del centrodestra, quello di un intero popolo che sta attendendo una rappresentanza. Un popolo deve avere la possibilità di andare oltre il suo leader… »

Però il distacco da Berlusconi ha un suo appeal
«Pensi, stamattina sono uscito per strada e tanti mi hanno fermato con entusiasmo, dicendomi: “finalmente lo avete abbandonato” (riferito a Berlusconi, ndr.) e mi hanno espresso disponibilità ad appoggiare il nostro percorso politico. Parlo, in particolare, di alcuni imprenditori del metapontino e di Matera. Io, però, ci tengo a spiegare a tutti che la questione non è Berlusconi sì-Berlusconi no, ma il concepire una novità progetto che lo stesso Cavaliere farebbe bene a sposare».

La scelta di lasciare Forza Italia le è costata l’incarico di coordinatore regionale?
«Sì, e più di qualcuno mi ha detto di non capire questo mio gesto poco conveniente sul piano personale. Alla fine, in effetti, mi sarebbe convenuto preservare la mia posizione di rendita e visibilità, anche perché in quel contesto avevo un ruolo importante al quale ho rinunciato per una strada tutta da costruire, ma ci sono momenti in cui bisogna andare avanti in funzione dei propri ideali e non delle poltrone o degli incarichi. Mai come ora è necessario il rischio di una direzione nuova».

Dove, di preciso?
«E’ tutto nel nome: Conservatori e Riformisti. Il termine Conservatori richiama l’esperienza politica virtuosa del premier inglese David Cameron e del partito che lo sostiene. Hanno realizzato importanti riforme nel senso dell’innovazione e della modernità, ma abbiamo uno sguardo attento anche verso l’esperienza dei Repubblicani americani».

«Il Ppe è una grande esperienza politica, ci mancherebbe, ma è giunto il momento di riconoscerne alcuni limiti, in particolare una certa tendenza germanocentrica, per così dire, e anche una certa presenza invasiva di forze troppo a destra. Stiamo creando una cosa nuova e capiamo di dover guardare a un’autorevole tradizione, perciò colgo l’occasione per un appello a chi voglia avvicinarsi alla nostra esperienza, nel solco del centrodestra e della cultura popolare che lo caratterizza, ma con una forte propensione al rinnovamento e al riformismo. Ripeto, siamo davvero una cosa nuova. Conservatori e Riformisti, perciò. Sembra un ossimoro ma non lo è».

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