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IL RITRATTO
Padre del centrosinistra lucano ed uomo buono

Basilicata

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Ha trovato la soluzione finale. Tragica e beffarda.

Alla sua maniera Antonio Luongo ha trovato il modo per chiudere tutte le discussioni sugli organigrammi del Pd, uscendo di scena in maniera definitiva. 

Egli che amava mediare e limare le soluzioni, egli che aveva sempre un aggiornamento da proporre cercando di incastrare nel paradigma della sua visione politica tensioni, aspettative e bisogni ha preso tutti in contropiede. Via, a 57 anni, alla vigilia di un giorno di festa. Proprio come era successo al padre, morto d'infarto un 24 dicembre.

Antonio Luongo non aveva un autista. Era molto casual, amava mangiare bene, rideva di sé e degli altri.

Negli ultimi giorni aveva preso a girare le sezioni della Basilicata con una forza anche di rappresentazione che in verità non amava.

Non era solo una questione di tesseramento, ma - dopo i mesi, lunghissimi, di discussione su seggiole e poltrone - un modo per ritornare a parlare con gli uomini e le donne di un partito che per lui era stato ed era ancora la barriera di salvaguardia della Basilicata.

Regione e partito erano la stesa cosa, essendo stato egli il padre di quel centrosinistra che aveva - e lo ripeteva spesso - sbarrato la strada all'avanzata del centrodestra in Basilicata.

Mente lucida, uomo coltissimo, aveva unito alla formazione classica la cultura rock che lo poneva su un livello di avanguardia intellettuale e di grande generosità umana.

Granitico nelle appartenenze da ex allievo delle Frattocchie, destrutturato nel modo di relazionarsi, il bar Mediterraneo a Potenza é stato per anni il suo ufficio, caffè pagati e lunghe, peripatetiche discussioni nel cortile.

Ex leader della Fgci lucana degli anni Settanta. Risale ad allora il suo rapporto con Massimo D'Alema, mai interrotto.

Antonio Luongo era l'uomo che aveva saldato le mille facce del potere lucano senza chiedere nulla per sé.

Era rimasto per lunghissimi anni infilato in una vicenda processuale (Iena due) durata troppo tempo.

Ne aveva pagato il prezzo più alto, fuori dalle candidature alle ultime politiche dopo che alle parlamentarie aveva ancora incassato un consenso record. Fu un giorno di lutto per il Pd, lui non disse una parola, non era nel suo stile polemizzare, né lasciò che la questione giudiziaria condizionasse il suo agire politico.

Preferiva essere convincente, trovando spesso giustificazioni alle lacune e agli sbalzi comportamentali altrui. Così come era stato in silenzio negli anni del processo, non trionfó quando ne uscì.

Poi ci sarebbe stata la sua vittoria congressuale, bilanciamento al cambiamento degli equilibri politici che la Basilicata stava vivendo con la vittoria del nuovo governatore.

La prima volta che Luongo non era riuscito a determinare una soluzione in uno schema da lui definito era stata proprio l'elezione di Marcello Pittella.

Era convinto che le istituzioni meritassero rispetto a prescindere e si era così trovato dentro la frattura lacerante del suo partito, scisso tra lealisti e oltranzisti.

Lui era portato a dialogare, anche se sui principi si irrigidiva, come quando, unico segretario democratico in Italia, aveva contestato il segretario Matteo Renzi.

Un uomo buono, che sapeva mettere d'accordo le persone.

All'ultima conferenza stampa, scherzando, mi aveva detto, "nulla è perduto".

Un riferimento a niente in particolare, un modo per incoraggiare alla vita. "Magari", gli avevo risposto. E lui citando Cicerone a memoria: "Ringrazierò il cielo per avermi costretto a vivere".

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