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«Antonio è stato un maestro»
Commozione per le parole del premier

Basilicata

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Il discorso del premier Matteo Renzi in ricordo di Luongo ieri nella chiesa del rione Betlemme

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POTENZA – Com'è lunga l'attesa per l'ultimo appuntamento con il compagno Luongo. A Rione Betlemme sciamano insolite auto blu e pattuglie di polizia e carabinieri. Un gruppetto di liceali attende spaesato in un lato dello slargo davanti alla chiesa, saranno le compagne di Marzia. C'è chi aspetta il segretario e chi aspetta l'amico in un afflato che quasi oscura la notizia dell'arrivo a sorpresa, o quasi, del presidente del Consiglio in elicottero. «Ideali, passione ed entusiasmo non sono parolacce ed è questo che vorrei dire a nome degli uomini e delle donne del Pd di tutta Italia», sigillerà Matteo Renzi. Inutile dirlo a chi ha gli occhi lucidi già a un'ora e mezza dall'inizio della cerimonia funebre per il segretario regionale del Pd, morto per un malore la notte tra il 7 e l'8 dicembre mentre era alla guida della sua Micra verde vecchio modello.

Nell'attesa i ricordi s'intrecciano e poi, una volta dentro, Vincenzo Folino non avrà problemi ad annotare che era proprio un 7 dicembre (anno 2004) il giorno in cui Luciano Violante parlò al Motel Park di Potenza per fare scudo con tutto il partito attorno a Luongo «destinatario di inchieste della Procura di Potenza con ipotesi accusatorie rivelatesi infondate e ingiuste». Il parlamentare di Sinistra Italiana leggerà le ultime due pagine del suo discorso letteralmente singhiozzando e asciugandosi sul maglione di lana spessa blu le lacrime trattenute con le dita. Nelle pause piangono tutti. In prima fila, proprio davanti al pulpito, ecco suocero, moglie e figlia di Luongo: le due si terranno per mano per tutta la durata del funerale. Per la 16enne Marzia – stessi occhi vispi e mobili del padre – l'abbraccio collettivo delle suore, per l'anziano signore, con la chiesa semivuota, quello strettissimo e commosso di Gianni Pittella, arrivato con Mario Polese tra i primi, come Vito De Filippo e Giampiero Iudicello, Giovanni Casaletto e poi, dopo le 11,30, i vertici del Pd lucano Sarli, Paradiso e Restaino; i consiglieri regionali dem Cifarelli e Santarsiero; i colleghi Mollica e Pace (molto colpito dal ricordo di Folino), le consigliere potentine Celi e Sileo, i parlamentari Antonio Placido (Sel) e Maria Antezza, democrat, sorretta da due stampelle che rendono l'atmosfera ancora più dolente. Non potevano mancare l'ex senatore Pci Piero Di Siena e Claudio Velardi, arrivato in Citroen con Vincenzo De Luca. Dalla Calabria il parlamentare bersaniano Nico Stumpo.

Il sindaco di Potenza Dario De Luca indossa la fascia: una delle partite che Luongo non potrà giocare è quella del rimpasto infinito coi partiti a dividersi quote e poltrone travestite da “visibilità”.

Adduce è arrivato da Matera. Entrano Filippo Bubbico e Salvatore Margiotta: per loro il doppio bacio del presidente del Consiglio, che non spetta al suo omologo regionale Piero Lacorazza leggermente distaccato nel trio che percorre la piccola navata centrale intanto riempitasi.  

Luca Braia siede subito in seconda fila, accanto al governatore lucano della Campania. Nei minuti in cui big o presunti tali arrivano, per Renzi e Speranza c'è il tempo di isolarsi un attimo nella saletta alla destra dell'altare che alla fine offrirà anche un'uscita più veloce al premier.

L'unico obiettivo ammesso è quello del fotografo ufficiale Tiberio Barchielli: appena 24 ore prima era nella basilica di San Pietro per immortalare la coppia presidenziale al cospetto del papa per l'apertura del Giubileo, ora si concentra su volti tesi per lo più sconosciuti e abbracci sinceri sperché non è il giorno dei conciliaboli della politica politicante. Nomfup, al secolo Filippo Sensi, scivola tra la folla avvolto nel cappottone e metterà in moto gli account solo per inquadrare un triste spicchio di cielo e campanile che sarebbero risultati grigi anche senza bisogno del bianco e nero scelto per lo scatto intitolato “Potenza” e consegnato a futura memoria degli 85mila follower — 20mila in più degli abitanti del capoluogo.

A proposito, nel frattempo si celebra una funzione parallela. Virtuale: la social-cattiveria produce analisi superficiali ma purtroppo condivise da molti (leit motiv: “per vedere Renzi da capo del governo a Potenza ci deve scappare il morto”). A bucare l'appuntamento è il governatore, che fece da cerimoniere a fine maggio per la toccata e fuga alla Fca di Melfi e adesso deve seguire la visita presidenziale in volo da New York, impossibilitato come Massimo D'Alema, lui bloccato a Berlino.

In ritardo è arrivata intanto anche una delle eminenze grigie del partito, Lorenzo Guerini, non accompagnato dall'omologa Debora Serracchiani che pure ha firmato con lui il comunicato di cordoglio ufficiale, il giorno prima: al vicepresidente del Pd cedono il posto in prima fila, un po' più esterno, e raccolgono con deferenza l'elegante sciarpa caduta a terra. Pellicce e coppole nella chiesa gremita, qualche sciarpa rossa.

Le parole di don Vito Telesca restituiscono l'uomo disponibile e sempre in campo contro le ingiustizie. «L'abbraccio di stamattina – dice ai familiari il vicario della Cattedrale di San Gerardo di Potenza– è per voi il primo segno dell'affetto di cui godeva Antonio. Dialogo e partecipazione il suo credo, ha speso la sua vita per gli altri e questa pagina del Vangelo di Matteo si adatta benissimo alla sua persona. È stato un uomo di comunione e il Signore riconoscerà in lui il sentimento umano che ha riservato a tutti».

Ma sono le parole di Folino, tra intimismo, analisi politica e un cursus honorum che parte dal Pdup, a tratteggiare per aneddoti l'uomo e la sua «goliardia geniale» (quella del Facimm' ammuina o dell'Urda – Ufficio Riparazioni Danni Altri –, le ultime due incursioni nelle caselle di posta delle redazioni dei giornali locali con cui da segretario del principale partito di governo nazionale e regionale riduceva a boutade le beghe interne al Pd lucano, dando una misura reale alle cose): le riunioni nella sede del partito in via Potenza coi giubbotti indosso e senza riscaldamenti, il cappuccino alle sei del mattino al Gran Caffè per festeggiare prima degli altri la vittoria inattesa alle elezioni, i biglietti apocrifi al congresso nazionale del Pds nel 1997 a Roma. «Spirito di servizio e appartenenza» mai intaccato, nemmeno per i torti subiti: non è tempo per parlarne, lascia capire Folino che pure fa autocritica («C'è perdita di smalto nel centrosinistra lucano, le cronache politiche dell'ultimo anno e mezzo non ti rendono giustizia, caro Antonio»). Il “grazie” a Renzi è legato al riconoscimento e al rispetto per chi vince anche se non è della propria parte, chiosa Folino, «proprio com'è accaduto con Renzi alle primarie». Poi le lacrime finali per un'ultima mediazione ideale e, questa sì, ormai impossibile, tra l'amico amante del rock e lui appassionato di folk.

Anche Erminio Restaino ha di che dolersi: un litigio, «ma come al solito aveva ragione lui, era molto narciso ma alla fine aveva sempre ragione. Addirittura – singhiozza – non ci rivolgemmo la parola per qualche mese, poi ci siamo ritrovati, fortunatamente, perché non me lo sarei mai perdonato. Oggi – conclude l'ex segretario regionale del Pd – non riesco a reggere lo sguardo di Nicolina: è quella che tra tutti noi amici gli era più legata».

«Voglio dire grazie alla moglie e alla figlia di Antonio – concluderà Renzi –. Dovete essere fieri ed orgogliosi di aver camminato con lui e lo porteremo con noi nelle nostre battaglie, anche in quelle che fuori la gente non riesce ad apprezzare fino in fondo, anche perché siamo bravi a litigare su tante piccole e grandi cose, ma lo facciamo perché quell'ideale con la I maiuscola e quella passione con la P maiuscola nascono dal fatto che essere uomini è qualcosa di più grande che respirare o passare il tempo. Essere donne e uomini che fanno politica significa avere un sogno e dedicare tutto se stesso a realizzarlo».

La prosa del premier conquista tutti: «Abbiamo pochi maestri in questo nostro tempo, ma è bello che si possa considerare qualcuno come tale» e «Antonio è stato un maestro per tante persone. A noi oggi il compito di portare l'eredità di Luongo, e di non considerarlo solo come una persona che ci ha accompagnato, ma che continua ad accompagnarci. E a te – dice rivolgendosi poi alla figlia del segretario – da padre dico di essere fiera e orgogliosa di quello che è tuo papà. Noi porteremo con orgoglio la sua esperienza nelle nostre battaglie, e se ce lo consentirai, con tua madre, continueremo a tenerti per mano, perché la nostra, pur non essendo una famiglia “di sangue”, è una famiglia di uomini e donne che credono negli ideali e che non rinunciano a questo».

Sulla bara coperta di rose rosse s'intravede un foglio del Gruppo Volontariato Vincenziano: è una frase sull'impossibilità che il bello possa marcire, come si direbbe di quelle rose e delle idee e i sorrisi lasciati in dote da Antonio Luongo in giro per palchi, campi da gioco, sedi di partito. E invece tutto finisce. All'uscita partono applausi a ripetizione, pochi pugni alzati ma molti occhiali da sole. Anche se nel frattempo il cielo è diventato grigio.

e.furia@luedi.it

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