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Lacorazza esulta per il dietrofront del governo
«E’ la rivincita delle regioni dopo rimborsopoli»

Basilicata

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POTENZA - La battaglia sulla Sblocca Italia sembra «vinta», per quanto manchi ancora il voto del Parlamento sugli emendamenti appena presentati dal governo. Ma la guerra tra Stato e Regioni sulle trivellazioni è davvero finita? Non c’è il rischio che l’approvazione della riforma del Titolo V della Costituzione vanifichi questo risultato trasformandolo in una vittoria di Pirro?

«Nemmeno nel 2003, quando è stato cancellato il nome di Scanzano Jonico dal decreto sul deposito unico delle scorie nucleari, eravamo in grado di dire che non sarebbe stato riproposto. Ancora oggi non possiamo dirlo con certezza. Però quella battaglia è stata vinta. Eccome se è stata vinta».

Chi lo afferma è Piero Lacorazza, presidente del Consiglio regionale lucano, che si è speso più di tutti in Basilicata a favore dell’iniziativa referendaria, e oggi ne parla come una rivincita del regionalismo dopo tanti scandali.

Ma quanti padri ha questa operazione che attraverso la proposizione di un referendum ha portato al dietrofront dell’esecutivo? Il costituzionalista Enzo Di Salvatore dice che è lui il padre dei quesiti.

«E’ vero, ma è stata la conferenza dei presidenti dei consigli regionali ad affidargli l’incarico, gratuito, della loro redazione. Sono stato io a proporlo proprio perché vicino al movimento No-triv. Le nostre intenzioni sono state serie dal primo momento, e su una materia del genere occorreva una persona di fiducia, che ha poi di fatto dimostrato di essere quella giusta».

Ora però c’è la riforma del Titolo V della Costituzione all’orizzonte che lei sostiene sia stata animata da intenti punitivi verso le regioni dopo gli scandali sui rimborsi esplosi in tutto il paese.

«Penso che il successo di questa iniziativa referendaria debba restituire alle regioni l’autorevolezza persa. Inoltre la riforma costituzionale non sarà operativa prima del 2017, quindi per un anno e mezzo la situazione resterà ferma...»

E non sarebbe opportuno sfruttare questo tempo per cercare di realizzare un modello alternativo invece di aspettare gli eventi?

«Non mi sembra che la revisione del Titolo V si possa evitare e credo che sia giusto che l’energia torni tra le competenze esclusive dello Stato. Quindi sì, in teoria nella legge di stabilità dell’anno venturo potrebbero anche essere reintrodotte le norme che il governo oggi dichiara di voler modificare. Uno “Sblocca Italia 2”. Ma non credo che lo stesso Parlamento che domani voterà in un modo possa tornare ancora sui suoi passi. Non credo che Renzi intenda riaprire la questione in questa legislatura con le elezioni politiche che si avvicinano ogni mese di più. Piuttosto, siccome stiamo andando incontro a un referendum confermativo, e le regioni dovrebbero farsi forti subito e riaprire la discussione con l’esecutivo a partire dal tema della revisione della strategia energetica nazionale».

Revisione come?

«Quella disegnata nel 2012 è ancorata ai prezzi dell’epoca, quando un barile di petrolio costava 100 euro. Quello squilibrio nella bilancia dei pagamenti non c’è più, e qualche giorno fa a Parigi è stato siglato un accordo sul cambiamento climatico che ci impone obiettivi stringenti in materia di emissioni. Quindi va rivista. Poi c’è la questione del governo del territorio. La costituzione prevede che lo Stato possa condividere con le Regioni che dimostrano di avere i conti in ordine le competenze sulla redazione dei piani paesaggistici. In questo modo sarebbero comunque al centro delle decisioni su eventuali nuovi progetti di estrazioni».

E se le regioni non hanno i conti i regola?

«Il nuovo testo dell’articolo 119 della Costituzione prevede la creazione di un fondo perequativo per sostenere i bilanci delle Regioni in difficoltà. Come debba essere strutturato è qualcosa che le Regioni possono cominciare a discutere con il governo subito, chiedendo delle garanzie concrete. Se il governo vuole il sostegno dei territori in vista del referendum confermativo sulla riforma del Titolo V dovrà sentire le loro ragioni».

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