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Gol, autogol e contro-narrazioni
Il Texas d’Italia diventa Terra dei sogni

Basilicata

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UNA settimana fa tutti insieme appassionatamente a piangere la morte di Luongo (vuoi vedere che il Pd e il centrosinistra si ricompattano?), poi in Consiglio l'ok quasi all'unanimità allo Statuto regionale (ma allora è iniziata davvero una fase di pacificazione!). Come no. Lo scambio di battute tra Marcello Pittella (la nota sui “gol” segnati) e Vincenzo Folino (Sinistra Italiana) iniziato l'altro ieri sui giornali e alimentato sui social anche adesso mentre leggete ci riporta alla triste realtà che si prepara per il dopo-Natale, quando ci sarà da prendersi il Pd.
La settimana segnata da due importanti conquiste politiche (referendum e Statuto) si chiude con un doppio spot per la Basilicata che sa trasformare l'oro nero in servizi (prima Panorama poi Corriere della Sera). Altro sale sulle ferite sempre aperte nel corpo vivo della politica e dell'opinione pubblica lucane. La stessa settimana si era aperta con un caso di scuola che unisce informazione, petrolio e storytelling: la battaglia a mezzo twitter che Eni ha ingaggiato con il team Gabanelli per confutare una sua inchiesta. Manuali di giornalismo da aggiornare e fior di analisi (in ordine alfabetico e per brevità segnaliamo quelle di Boccia Artieri, Granieri e Mantellini) tra scuole opposte (qui infine una sintesi in BrandJournalism). Ma torniamo in Basilicata.

Il governatore sul doppio binario
“Una vittoria con troppi padri” ha titolato il Quotidiano del Sud dopo il dietrofront del governo sulle trivellazioni in mare. Marcello Pittella ha subito esultato sintonizzandosi come per magia sulla “linea della fermezza” di Piero Lacorazza – ecco scendere in campo i due player del Pd – pur essendo fautore della “linea del dialogo”, come giustamente lunedì scorso ha messo in luce la giornalista del Tg3 Manuela Mele intervistandolo in studio. Insomma, nella differenza tra il Pittella che rivendica la partecipazione all'accaldatissimo corteo di luglio a Policoro coi governatori (ma senza movimenti) e quello entusiasta che ieri parlava sul Corsera nella pagina “Benvenuti a Sud”, ecco tracciato il doppio binario battuto dal presidente “di lotta e di governo”. «Non mi piacciono gli eccessi di certe proteste di piazza – ha spiegato al giornalista Claudio Del Frate – ma il concetto a cui teniamo fede è la sostenibilità ambientale di cui parlano gli accordi sottoscritti con il governo nel 1998 e nel 2006: lì quel limite di sostenibilità è fissato in 154.000 barili al giorno. E dunque non rovineremo le nostre coste e non autorizzeremo nuove perforazioni in segno di rispetto per l’ambiente». Traduzione: protesta sì, anche cortei, ma nell'alveo del dialogo con Roma.
Altri numeri con cui contrastare i detrattori? Dal 2001 a oggi Comuni e Regione Basilicata hanno incassato dagli idrocarburi circa 1,5 miliardi di euro in royalty, annota il Corriere come a dire che non si tratta di briciole nei tempi in cui gli enti locali lamentano tagli, e persino entrare nella rosa di papabili candidati a sindaco non è più prestigioso ma preoccupante. Altre ragioni dei pro-petrolio: senza royalty l'Unibas avrebbe ancora meno fondi di quelli che ha (sono recenti i dati allarmanti forniti dal rapporto della Fondazione Res). “La Regione vuole utilizzare le royalty dell’oro nero per pagare un assegno a 8000 famiglie bisognose”, titola il quotidiano di via Solferino dando più visibilità di una iniziativa simile del non renziano Michele Emiliano in Puglia.
Il pezzo, impaginato appena sotto un articolo su cosa resterà dell'Expo (a proposito di narrazioni), seguiva di un giorno quello in cui Panorama descriveva, con ben più enfasi, la “Terra dei sogni” – aggiornamento del Texas d'Italia – in un Sud produttivo da contrapporre – a partire dall'assonanza – alla “Terra dei fuochi” campana. Apriti cielo. Dai commenti sul profilo fb del giornalista Carlo Puca (di recente passato a queste latitudini come moderatore – molto moderato – dell'ultima conferenza stampa pubblica dell'ex dg dell'Arpab, Aldo Schiassi) ne prendiamo uno, l'ultimo, per far capire che le posizioni sono molte e sfumate, e in ogni caso il dibattito sul petrolio si conferma un nervo scoperto dell'opinione pubblica lucana: «E' vero – ha scritto Valerio –. In Lucania si dovrebbe arrivare attraversando strade lastricate d'oro e invece si percorre la Basentana, che pare Beirut nei tardi Anni '80. E naturalmente i Lucani puntano prontamente il dito contro il cane a sei zampe, convincendosi vicendevolmente che "produrre idrocarburi non arricchisce le popolazioni". La domanda che mi faccio io è: perché puntate il dito contro l'industria che ha pagato (e pure caro) le sue royalties, e non vi chiedete come le ha utilizzate la classe politica che (siamo in democrazia) vi siete scelti?». Ecco, di nuovo la politica e il petrolio.

Il caso Report e il nodo informazione
Sono anche i giorni in cui il potere politico ha attaccato il contropotere (o quarto potere) giornalistico nella persona del premier Renzi che alla Leopolda squassata dal caso Boschi-Etruria sbugiarda i titoli scomodi – esercizio caro a Grillo e Berlusconi – aprendo un fronte sui rapporti tra Palazzo e stampa.
Gli anni della dis-intermediazione stanno insegnando che il famoso storytelling può essere affascinante quanto si vuole ma i fatti sono altro. Vale la pena segnalare, in una sorta di felice ibrido, la contro-narrazione social di cui proprio Lacorazza ha dato prova in uno speciale web che inaugura un inedito genere di comunicazione istituzionale: uno storify di fatti su petrolio e referendum.
Ma quando a intermediare c'è il giornalismo la situazione, paradossalmente, si può complicare. Due casi: anche i lettori più sprovveduti possono accorgersi che una cosa è la paginata di Eni con la lettera ai cittadini della Val d'Agri – anche questo giornale l’ha pubblicata –, altra cosa il banner di advertising “La voce di Eni” sui siti dei maggiori e più diffusi quotidiani nazionali (ieri occhieggiava sulla colonna destra proprio nell'articolo del Corsera sulla Basilicata) e altro ancora il cosiddetto “brand journalism” o il “contenuto sponsorizzato” evoluzione dell'“informazione pubblicitaria” che segnala articoli – a volte anche reportage validissimi come quello long-form da una piattaforma petrolifera pubblicato sul mensile IL del Sole24Ore di dicembre – da non confondere con il giornalismo. Ecco, quella è narrazione dichiaratamente sponsorizzata. L'importante è dichiararlo.
«Sappiamo tutti cosa è successo in Italia negli ultimi 30 anni, e quale sia la causa madre dell’asservimento mediatico – scriveva un anno fa Ctrl Magazine –. Il punto chiave è il rapporto tra pubblicità e lettori. Una testata che sta in piedi grazie ai lettori (copie vendute, abbonamenti) risponde ai lettori. Una testata che sta in piedi (4/5 degli introiti, o anche più) grazie agli inserzionisti, risponde agli inserzionisti. Molto semplicemente, se tu vivi con la pubblicità di Armani, della Fiat e del Comune, difficilmente potrai denunciare le malefatte di Armani, della Fiat e del Comune, o anche solo informare in modo imparziale». I 10 anni che ci separano dall'uscita del libro “I padroni delle notizie” (Giuseppe Altamore, Bruno Mondadori 2006) hanno portato in dote l'esplosione del web e ulteriori intrecci pubblicità-giornalismo-potere. I due articoli qui citati e il caso Eni-Report offrono ulteriori spunti.
Il dibattito è aperto mentre gufi lucani volteggiano nella “Terra dei sogni” dando fastidio ai dispensatori di sogni – sotto forma di bonus carburante, reddito minimo e affini –, è la democrazia, bellezza: i volatili si consolino con la bella definizione di Gustavo Zagrebelsky: «Il gufo è quell'animale che ci vede benissimo anche di notte, quando per tutti gli altri è buio pesto». Nel buio della Val d'Agri illuminata a giorno da una fiammata, il gufo lucano ci vede ancora meglio.

e.furia@luedi.it

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