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Quelle accuse che bruciano
La verità di Santarsiero

Basilicata

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POTENZA - Un dejavù. Seduti attorno allo stesso tavolo, coordinato dalla direttrice de Il Quotidiano del Sud Lucia Serino, tutta la vecchia giunta dell’amministrazione Santarsiero: l’ex primo cittadino, l’assessore all’ambiente Nicola  Lovallo, alla pubblica istruzione Raffaele Messina, al bilancio Federico Pace, allo sport e alla mobilità Ginefra, alle politiche giovanili Emmidio Fiore,  alle politiche sociali Donato Pace. Un incontro «per mettere le parole giuste». Perché ci sta che la politica, nel dialogo e nel confronto  usi toni anche duri, ma, «quando viene minata la dignità personale con cui hai lavorato, in cui hai creduto, non si può più tacere. Non si può più tacere di fronte al continuo e al demagogico discredito». L’ex sindaco di Potenza e attuale consigliere regionale del Pd Vito Santarsiero  è inarrestabile. In una sala del Principe di Piemonte gremita di tanti estimatori e diversi oppositori, sciorina numeri ed elenchi. «Non è corretto – dice – appropriarsi dei risultati ottenuti in 10 anni spacciandoli come se fossero propri». Dieci anni di una storia amministrativa «fatta di passione e amore per la città e che si sviluppa – continua – non a caso, ma su una idea di visione della città, di programmazione e pianificazione».

Già qui la prima bordata. Regolamento urbanistico, piano di dimensionamento scolastico, piano metropolitano, piano città, piano urbano della mobilità, patto dei sindaci, greenway. Tutte linee di intervento finalizzate a una strategia, Potenza2020: «Oltre 100 pagine di problematiche, cose da fare, proposte».

Come la metropolitana leggera, primo pezzo di un piano della mobilità integrato e su cui Santarsiero tiene a fare delle precisazioni, anche rispetto al volantino di Forza Italia che in questi giorni ha riempito le cassette di posta dei cittadini: «Non 15 milioni di euro ma 13 milioni e mezzo ed è questa la prima bugia su un servizio che usava 4 impianti meccanizzati dalle 7 alle 23 con 16.000 passaggi al giorno, ripresi dalle fotocellule, e 2.680 chilometri su gomma. Un piano che inizialmente ha visto l’opposizione di tutti, ma che dopo continui confronti ha raggiunto l’intesa sia con i cittadini che con i sindacati. Dei ricavi 70 per cento andavano al Comune e 30 per cento alla ditta». E  oggi? «Non solo il contratto non c’è sul sito, a proposito di trasparenza, ma il servizio così concepito sarà a vantaggio solo della ditta e a discapito di cittadini e Comune». Poi il bilancio: «Quando mi insediai nel 2004 trovai un Comune pignorato per  5,5 milioni di euro. Oltre a 140 mila euro di debito e una rata mutuo di 12,5 milioni da pagare ogni anno. I debiti fuori bilancio erano di 28 milioni di euro. Facemmo un’operazione di spending review con tagli a personale, dirigenti, fitti passivi che ci portò un risparmio di 5 milioni di euro sulla spesa corrente». Così al 31 dicembre 2013 «tutti i creditori dell’ente erano stati soddisfatti». Come si è arrivati allora al dissesto? «E’ stata una scelta politica – ribadisce – presa senza pensare ai danni della città. Le strade alternative c’erano ed erano o nella condanna alle cooperative di Macchia Giocoli che avrebbero dovuto risarcire il Comune di 10 milioni di euro o nel pre-dissesto, come dichiarato in tanti altri Comuni in Italia». In questo modo, aggiunge Federico Pace, «si sarebbe evitato l’aumento di tutte le spese che il dissesto comporta, incluse le tasse per i cittadini. Ci sono 8 milioni di disavanzo in più che prima non c’erano – dichiara – con cui l’attuale amministrazione ha raggiunto i 32,5 milioni di euro dati dalla Regione». Ginefra sottolinea il problema dipendenti del trasporto pubblico locale con la nuova azienda dal momento che il contratto è stato firmato senza previa interlocuzione con i sindacati, e l’abbandono delle strutture sportive, «oggi figlie di nessuno». Messina, dal canto suo, condanna la chiusura delle scuole dell’infanzia comunali e l’attuale gestione dell’assistenza ai disabili nelle scuole. E’ un tutto contro tutti in cui, però, secondo Santarsiero la sua amministrazione esce vincente, nonostante l’intervento della Corte dei Conti: «E’ stata fatta passare una battaglia per un grande imbroglio. Fino al 2012 pagavamo i debito con la vendita di vecchi patrimoni immobiliari. Ad un certo punto la Corte dei Conti ce l’ha contestato nonostante la nota favorevole del ministero. Abbiamo difeso semplicemente con le unghie e con i denti quei 5 milioni di euro fondamentali in quel momento per la città» .E sono sempre i numeri a decretarne la vittoria. Non quelli delle urne, che attribuisce a una legge elettorale sbagliata ma quelli delle opere compiute lasciate in eredità: «190 milioni di opere», inclusi gli aiuti alle imprese «di cui non ne conoscevamo personalmente nemmeno uno». E conclude: «Altro che mafia. Invito ad essere smentito pubblicamente su tutto».

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