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Il 2016 di Gianni Pittella:
«Un sussulto unitario per il dopo-Luongo nel Pd»

Basilicata

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L’ANNUNCIO della proposta di un piano da 100 miliardi di euro per la difesa e il contrasto al terrorismo - in qualità di presidente del gruppo Socialisti e Riformisti al Parlamento Ue - dopo gli ultimi fatti che hanno fatto emergere tutta la fragilità del vecchio Continente. Ma anche la piena consapevolezza che l’Europa tutta non può rinunciare alla politica di asilo per i profughi. Non parla solo di Ue Gianni Pittella nell’intervista esclusiva rilasciata al Quotidiano. «Mi auguro che il Pd lucano abbia un soprassalto di consapevolezza unitaria per onorare degnamente la memoria di Luongo», dice a proposito della delicatissima fase politica che si apre dopo l’improvvisa scomparsa del segretario regionale. Fermo restando che bisognerà riflettere «equilibri politici sicuramente diversi da quelli misurati dal congresso». Riconosce Renzi come l’interprete reale della vacazione maggioritaria del Pd, e sul partito della nazione commenta laconico: «Più che altro, esercitazioni ideologiche o lessicali». Poi il Sud, al centro del suo ultimo libro che ne esalta un nuovo protagonismo, il moto d’orgoglio per il modello Matera e anche un riconoscimento del lavoro del pentastellato Pedicini al Parlamento europeo. E si parte proprio da qui, dagli scenari e gli equilibri che passano da Bruxelles.
Nuovo anno, tra bilanci e programmazione. Cominciamo dall'Europa, dalla sua prospettiva privilegiata e dalle ultime baruffe tra il governo italiano e il governo tedesco.
«Stiamo in Europa con coerenza e lealtà, senza mai rinunciare ad esprimere e difendere il nostro punto di vista. Renzi lo ha chiarito benissimo, tra governo italiano e governo tedesco non c’è alcuna disfida. Una dialettica conflittuale c’è, ma è tra chi insiste in una politica di rigore a senso unico e chi si preoccupa soprattutto di rilanciare crescita sostenibile, investimenti e occupazione. E’ davvero difficile non vedere come le politiche di austerità abbiano creato quei drammi sociali da cui si alimentano le forze distruttrici dell’Europa, dalla Le Pen in Francia a Salvini in italia, ad Orban in Ungheria... Noi siamo per unire rigore a crescita e investimenti, altri sembrano cultori sadici di una terapia di lacrime e sangue, che finisce per foraggiare soltanto la destra xenofoba. Mi riferisco in particolare al falco per antonomasia, il ministro Schauble, che non a caso osteggia piuttosto apertamente la gestione Draghi della Bce. La verità è che i rigorosi siamo noi, lui è un rigorista».
Cosa è cambiato in termini di rigore e flessibilità dal piano Juncker dell'anno scorso?
«Il gruppo che presiedo, 191 membri del Parlamento europeo, ha votato a favore del Presidente Junker e della sua commissione sulla base di un impegno chiaro in direzione del cambiamento delle politiche economiche. E devo dare atto a Junker di aver mantenuto l'impegno di lanciare un piano di investimenti per 315 miliardi di euro gestito dalla BEI e pienamente operante e di aver reso più flessibile il patto di stabilità. Junker è un cattolico democratico che si ispira più alla dottrina sociale della Chiesa che al rigorismo conservatore, ma è costretto a misurarsi molto spesso coi falchi del rigorismo, che immaginano un’Europa più piccola e meno inclusiva, che hanno provato a cacciare la Grecia dall'euro e che frenano ogni tentativo di applicare il massimo di flessibilità per consentire ai governi virtuosi, come quello italiano, di incrementare gli investimenti e sostenere la ripresa. Condivido la determinazione con la quale Renzi pone il tema di un chiarimento di strategia: o si va nella direzione concordata o noi socialisti saremo obbligati a cambiare la nostra posizione».
E’ stato l'anno in cui l'Europa ha dovuto fare i conti con due grosse debolezze: la capacità di accogliere i migranti e di concepire una politica unitaria sui flussi migratori e il vulnus sulla sicurezza che ha minato la nostra libertà. Cosa dobbiamo aspettarci?
«La mobilità da zone di guerra e di povertà, di dittature e di violenze, e' un fenomeno che non si arresta alzando i muri ma eliminando i fattori che determinando la fuga da Siria, Libia, Eritrea, Sudan etc... L’Europa non può fare a meno di concepire e praticare una politica europea di asilo per i profughi, che consenta di accoglierli e integrarli in modo equilibrato in tutti i Paesi europei. Occorre quindi una nuova normativa che superi le regole di Dublino e che apra canali legali per la migrazione economica. Contemporaneamente occorre insistere, come sta facendo la Mogherini, nella stabilizzazione della Libia e nella creazione di una coalizione larghissima che sconfIgga l'Isis, il pericolo numero uno per la pace e la sicurezza nel mondo. Lancerò nelle prossime settimane la proposta di un piano europeo per la sicurezza di almeno 100 miliardi di euro attraverso emissione di titoli di debito, per finanziare le azioni preventive e di contrasto al terrorismo e ad ogni forma di attacco al diritto sacrosanto di vivere in armonia senza privarsi della gioia della libertà».
Veniamo all'Italia: qual è il termometro che lei ha della politica renziana? Renzi continua a essere unico leader in Italia? Chi lo insidia? La destra di Salvini? Grillo? La Sinistra che tesse la tela di nuove alleanze movimentiste?
«Il suo profilo di leader Renzi lo sta irrobustendo con il coraggio e la lucidità con cui sta attaccando e sciogliendo i nodi storici della stagnazione della società italiana. Renzi sta dimostrando di essere un vero rinnovatore, la molteplicità e la valenza delle riforme che il suo governo ha posto in essere parlano per lui. Far approvare dal Senato il superamento del Senato e del bicameralismo è un autentico capolavoro parlamentare che ha sonoramente sconfitto lo scetticismo ed il cinismo dilaganti del nostro Paese.
Io penso che Renzi andrà avanti su questa strada e sconfiggerà il vero nemico degli italiani, l'alternativa distruttrice della demagogia populista, il cupio dissolvi che davvero porterebbe l’Italia nel baratro».
A proposito di Grillo e M5S l'europarlamentare lucano Pedicini ha portato all'attenzione dell'Europa non pochi problemi. Cosa ne pensa?
«Penso che Pedicini e molti dei suoi colleghi stanno interpretando bene il ruolo di eurodeputati, e lo dico a prescindere dalla diversità di vedute sui temi generali della politica europea. Evidentemente la lontananza di Bruxelles dalle attenzioni del magnifico duo Grillo-Casaleggio giova ….»
Cosa dice - per tornare all'Italia e al Pd - del partito della nazione? Qual è il partito del premier? Il Pd o la Leopolda?
«Sul partito della nazione vedo più esercitazioni ideologiche o lessicali che una reale discussione politica. Credo che in nessun momento, dalla sua fondazione ad oggi, il Pd ha rinunciato a perseguire un radicamento ed una rappresentatività adeguati alla sua vocazione maggioritaria. Renzi è quello che di più si sta avvicinando a questo obiettivo. Il suo successo segnerà il compimento definitivo del progetto che ha dato vita al Pd. Allo stesso modo trovo pretestuosa e sterile la polemica sul significato e sul valore della Leopolda, la quale è e resta un luogo originale nel quale vengono elaborate idee e proposte, anche ad uso del Pd, da mondi e persone che non necessariamente militano nel Pd».
A proposito di Pd, Antonio Luongo, segretario del Pd Basilicata, ha lasciato un grande vuoto politico. Che ricordo ne ha, innanzitutto? E come pensa vada affrontata la successione alla segreteria regionale?
«Sì, è vero, Antonio ha lasciato un vuoto politico ed umano che ancora avvertiamo come incolmabile. E’ passato quasi un mese dalla sua tragica scomparsa e ancora non mi sono abituato a pensare un Pd senza di lui. Per chi come me ha condiviso con lui quasi trent’anni di battaglie politiche Antonio ha sempre significato la lucidità di un pensiero lungo, la concezione antisettaria della politica come incontro e come sintesi, il primato del collettivo su ogni egoismo. E credo che intere generazioni di quadri politici abbiano perso con lui un vero maestro di intelligenza e di dirittura politica. Antonio era impegnato a sconfiggere le logiche della divisione e a rendere possibile, ancora una volta, un equilibrio tra le componenti del partito in un clima di rispetto reciproco. Io mi auguro che il suo ricordo venga onorato con un soprassalto di consapevolezza unitaria, che, pur nel riflettere equilibri politici sicuramente diversi da quelli misurati dal congresso, metta al bando ogni spirito di rivalsa ed ogni conventio ad excludendum nei riguardi di chicchessia. Del resto, è questo, a mio giudizio, il messaggio simbolico della presenza di Matteo Renzi al funerale di Antonio».
Luongo diceva spesso che il destino del Pd era il destino della Basilicata, condivide? Qualcosa è cambiato, però. Le due città capoluogo perse. Una politica un po' sciagurata del Pd su Potenza città con molta credibilità persa, a mio avviso. Chi è in Basilicata la vera opposizione che il Pd deve temere?
«Sì, condivido la convinzione di Antonio circa la missione storica del Pd, partito della regione (non partito-regione, come nella deformazione polemica giornalistica). Se, anche nei passaggi più difficili della storia recente, non abbiamo mai ceduto il passo ai reiterati tentativi del centrodestra, è perché abbiamo dato alla Basilicata una classe dirigente di qualità, la sola in grado di pensare e di operare andando oltre i confini del localismo e del provincialismo. Naturalmente, una classe dirigente non infallibile, che ha commesso errori, soprattutto quando ha smarrito le ragioni della sua unità. Le sconfitte clamorose che Lei ha ricordato sono episodi esemplari degli sbandamenti cui possono condurre la chiusura autoreferenziale e la presunzione settaria. Sono queste le derive che il Pd deve temere più degli avversari politici».
Infine il nostro Mezzogiorno al quale è dedicato il suo ultimo libro. Lei è attrezzato di ottimismo e indica modelli positivi. Che ci sono e vanno promossi. Eppure sembra che non ci muoviamo dalle nostre fragilità, dai nostri vizi di sempre, dalle nostre inefficienze. Ne parliamo da 150 anni. Forse l'errore è voler a tutti i costi un Sud declinato sul modello del Nord.
«Il Mezzogiorno è stato il grande fallimento della costruzione dello Stato unitario, ma esso stesso non ha giovato alla sua causa restando imprigionato nella cultura del piagnisteo e nel rivendicazionismo risarcitorio. Nella dimensione europea e globale di Mezzogiorni ce ne sono tanti e in tanti sono impegnati a recuperare con grande volontà il terreno perduto. Lo sforzo che ho fatto, insieme al prof. Lepore, è stato appunto quello di provare a individuare i terreni concreti sui quali far avanzare le comunità meridionali scrollando loro di dosso decenni e decenni di sfiducia e di rassegnazione. E sono contento che il segnale di una inversione di tendenza, di un rinascimento possibile, possa venire proprio dalla nostra terra, dalla città di Matera riconosciuta dall’Europa quale capitale della cultura per il 2019. Quante illustri personalità, quante menti illuminate hanno nel corso dei decenni scorsi dedicato le loro riflessioni a questa città simbolo dell’antica cultura contadina. E nessuno ha mai pensato che il suo riscatto dovesse scaturire da una sua omologazione ai modelli urbani del Nord. Ricordo un pensiero straordinariamente profetico di Adriano Olivetti: “Un leader politico deve aiutare una comunità a darsi uno scopo, per cui egli ne sarà piuttosto che il dittatore, l'interprete e l'ordinatore. Promuovere e valorizzare le vocazioni di una comunità è il miglior modo perché una civiltà possa esprimersi”. Cominciamo questo nuovo anno nel segno di Matera perché il nuovo Mezzogiorno trovi slancio da questo evento epocale. Grazie Matera!».

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