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Pd, emorragia senza fine: anche Dalessandro
ha scelto di lasciare i Democratici

Basilicata

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L’emorragia continua. Il Partito democratico perde un altro pezzo. Un pezzo importante che ha avuto ruoli di primo piano all’interno della politica materana e regionale degli ultimi anni e che in queste ore ha deciso di dire addio al Pd con una lettera nella quale spiega che non ci sono più «le condizioni per una convivenza nel partito, perchè è meglio non fare riforme che farle male, perchè non c’è stata la forza di fare un processo politico su rimborsopoli e perchè non si è fatta un’analisi vera sui motivi e sulle responsabilità che hanno portato alla recente sconfitta di Matera». A parlare è Giuseppe Dalessandro, ex consigliere regionale del Partito Democratico nella passata legislatura tra i più vicini all’attuale viceministro Filippo Bubbico in provincia di Matera, più volte assessore provinciale sia sotto l’Amministrazione Nigro sia sotto quella di Franco Stella. Uscito di scena nelle ultime candidature regionali per il caso rimborsopoli che ha di fatto portato ad un avvicendamento complessivo dei consiglieri regionali uscenti del Pd lucano. Dalessandro non nasconde critiche alla strategie renziana ma anche alla gestione del partito e proprio lui che voci, non confermate, avevano addirittura indicato nei giorni scorsi come uno dei possibili successori di Antonio Luongo per la segreteria regionale del Partito democratico. A dimostrazione del ruolo di primo piano da dirigente del Pd svolto da Dalessandro in questi anni ma anche del malessere che si continua a coltivare nel partito e che porta un altro esponente, dopo ad esempio Vincenzo Folino, a decidere uno strappo netto e a verificare l’esistenza di altri spazi politici nei quali potersi esprimere in maniera diversa e migliore. Una decisione importante che potrebbe essere anche il sintomo di un malessere più ampio, di un 2016 che inizia con una serie di scelte e decisioni forti per il Pd e il suo futuro. Ed un’unità non solo teorica ma da ieri e oggi più che mai decisamente a rischio. (Piero Quarto)

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di GIUSEPPE DALESSANDRO

CREDO non sia un mistero che da qualche tempo io non condivida più le politiche, gli indirizzi, i comportamenti e gli atteggiamenti del Partito Democratico e del suo gruppo dirigente. Un Partito ormai sempre più sensibile ai ricatti dei poteri forti e sempre meno incline ad occuparsi seriamente dei problemi del Paese. Un Partito nel quale si fa sempre più fatica a restarci essendo venuti meno i presupposti minimi per la civile convivenza delle varie sensibilità presenti.
Un Partito i cui obiettivi, che per il Presidente del Consiglio continuano ad essere solo apparentemente sfidanti e ambiziosi, non sono riusciti ad accompagnare l'evoluzione dei bisogni sociali e tantomeno delle forme della politica.
L'estrema disinvoltura con cui il Premier ha allontanato il Partito dai suoi valori fondanti snaturandone la stessa vocazione, ha prodotto una mutazione genetica tale che gli effetti sono diventati dirompenti per chi, come me, ha sempre pensato alla sinistra come l'idea che se guardi il mondo con gli occhi dei più deboli, puoi realizzare davvero un mondo migliore per tutti.
Spesso mi sono chiesto se un Partito (o un Governo) che affida al mercato beni come la salute, la sicurezza, l'istruzione, e che affronta la questione lavoro (e non solo) con decisionismo cileno, possa ancora definirsi di sinistra. Il PD ormai è un Partito che si e' piantato al centro e guarda con particolare attenzione agli scampoli avanzati dalla destra frantumata che ha prodotto gli Alfano e i Verdini, e che ha anche favorito la deriva disastrosa della minoranza interna la cui azione politica e' più improntata all'ottenimento di qualche poltrona per poter contare di più, che a produrre soluzioni o proposte alternative all'azione di governo.
E' singolare, ad esempio, la posizione della minoranza Dem nel sostenere che la coincidenza segretario-premier andrebbe superata, salvo poi in Basilicata aderire all'idea di concentrare sul governatore la reggenza del Partito, naturalmente in cambio di qualche poltrona, profanando, in questo modo, finanche la memoria del povero Antonio Luongo. Tutto questo mentre i lucani sono ancora in attesa delle annunciate 'gladiatorie'.
Dopo decenni di militanza nel Pci-Pds-Ds anch'io, come tanti, avevo riposto le mie speranze nel Partito Democratico, ma puntualmente ogni aspettativa e' rimasta delusa, mentre gli spazi di confronto e discussione democratica si sono sempre più indeboliti, creando un clima di incomunicabilità con gli elettori e con la base dello stesso partito. Situazione pressoché analoga da nord a sud e che, penso, proprio in Basilicata ha toccato la sua punta massima a causa dell'estrema disinvoltura che caratterizza l'esasperata (e personalissima) gestione del potere da parte di sedicenti gladiatori e rinnovatori locali.
Si sostiene di essere passati alla "stagione delle riforme", e invece sarebbe meglio non farle le riforme, che farle male.
Si dichiara di aver "abbracciato il coraggio", ma in Basilicata non si è avuta neanche la capacità, tra l'altro, di fare un processo politico a rimborsopoli e tantomeno una discussione vera sulle cause e sulle responsabilità che determinarono la sconfitta di Matera.
Per queste, e tante altre considerazioni, ho maturato la consapevolezza di dover lasciare il Partito Democratico.
Lo faccio perché ritengo siano disponibili nuovi spazi di confronto, di cui intendo avvalermi per contribuire ad elaborare una nuova proposta politica di rinnovamento del Paese e della nostra regione. Spazi collettivi nei quali dovranno avere cittadinanza mondi sconosciuti alle masse leopoldine, popolati da intelligenze fresche e da entusiasmi vivi.
Lo faccio non senza rammarico in quanto, nel mentre porto via con me la passione che mi ha accompagnato durante decenni di impegno politico nonché i valori della sinistra a cui mai potrò rinunciare, dovrò lasciare in quella casa storie di vittorie e di sconfitte, e i ricordi di una vita. Gli affetti e le amicizie, invece, quelle no, non le lascio in quella casa, sono parte di me, non me ne potrò mai separare.

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