Salta al contenuto principale

Riflessioni di Capodanno
sul futuro di Potenza

Basilicata

Tempo di lettura: 
4 minuti 28 secondi

“UN ottimista – scriveva Bill Vaughan – sta alzato fino a mezzanotte per vedere il nuovo  anno. Un pessimista  sta alzato per accertarsi che il vecchio  anno  se ne vada via”. Ma per i potentini anno vecchio e Anno Nuovo sono fratelli siamesi, attaccati per il posteriore credo, perciò si resta alzati per legittima difesa, mica per altro. E così, nell’attesa di un passato che non passa e di un futuro che non arriva, capita di ritrovarsi a riflettere sull’Imperatore degli orologi guasti e il principe del tempo fermo – Dario De Luca – che, come nel romanzo di Felipe Benitez Reyes, sa che l’unica cosa che può fare è guardare per terra, perché se guarda a terra, almeno sa di non essere per terra.
Perché questo è tutto ciò che fa l’ingegnere (che sindaco di questa città non è mai stato, né sarà mai, dovesse rimanere mille anni ancora sulle ginocchia di Iudicello), ma i calcoli li sa fare bene e progetta ponti di corda per superare il canyon e il vuoto che ha creato. E nel riflettere, viene da pensare che il 2015 si porta via nel sacco persino la prerogativa tanto sbandierata su cui l’ingegnere ha costruito tutto il suo racconto agiografico, perché se l’essere persona per bene significa essere marito amorevole e padre esemplare ( come si scrive negli epitaffi), nessuno mette in dubbio che lo sia; ma se per caso volesse dire anche essere consapevole, leale e coerente, qualche dubbio bisognerebbe averlo.
La consapevolezza , infatti, pare che fosse un optional non incluso nel pacchetto dell’elezione, visto che di fronte a troppe cose il neo primo cittadino continuava a cadere dal pero; di lealtà se ne è vista poca, se è vero come è vero che si è servito di un traghetto altrui ma solo per raggiungere la propria sponda; di coerenza non se ne percepisce l’ombra, perché – viene da chiedersi - se davvero riteneva che il Pd avesse prodotto tanto danno e se per coscienza e non per strategia è arrivato a cianciar di mafia riferendosi al passato, potrebbe spiegare perché le grazie dell’aspirante vicesindaco lo tentano assai più della “famiglia”? Che poi, pure certe voci che giungono dalle onde radio finiscono per saper di vero, almeno per mettere in sospetto.
E sì che si può dire, ridire e ribadire della fonte, ma il guaio è che più se ne dice male e più si dà fede all’ostia, perché se a parlare dell’inferno fosse il diavolo, a maggior ragione bisognerebbe riconoscergli una certa autorevolezza. Comunque tra terga e terga dei due anni, non si possono non intravedere gli avventori di quel diurno che è ormai diventato il Partito Democratico dove si entra per una doccia, si esce per un caffè, ci si ritorna per la lavanderia, per un bidè veloce. Tutti clienti indaffarati a contrattare prezzi con i padroni romani del franchising, figliuoli prodighi riaccolti purché spartiscano il vitello grasso, comparse di spettacoli mai andati in scena che ancora sognano sipari hollywoodiani.
Tutta gente anche questa che dovrebbe spiegarci cosa ci sta di democratico nell’infischiarsene degli elettori e nell’appropriarsi del sindaco avversario e, soprattutto, in cosa consiste il bene della città che dicono di voler difendere, visto che la città è ormai di faccia a terra. Bisogna chiederlo a Iudicello in primis, balia di se stesso fin dall’inizio, a Petrone, altro marito amorevole e padre esemplare, a Falotico, il disertore più pentito della storia, e a tutti i duchi e le duchesse del regno di Attak che stanno dimostrando di non avere visione politica più ampia del quadrato imbottito della propria poltrona. E la rivoluzione pentastellata chi l’ha vista? Giannizzari, nonostante l’assonanza plurale con le temibili guardie del sultano ottomano, trascorre il suo mandato peace & love parlando hippy con la stessa efficacia che negli anni ’60. Ma meditando meditando, non si possono nemmeno dimenticare coloro che sono andati su tutte le furie per difendere l’Ingegner De Luca da ogni critica ed oggi si ritrovano a tuonare con le stesse parole di chi rispetto a loro ha avuto almeno la vista un po’più lunga.
Ma all’affacciarsi del nuovo anno come si fa a non concludere con un augurio? E dunque auguri al degrado del centro storico, alla chiusura delle scale mobili, alla paralisi del ponte attrezzato, alla precarietà del tutto; e auguri di cuore ad ogni singolo cittadino; a quelli che hanno votato a destra per il tradimento subito; a quelli che hanno votato a sinistra per non essersi accorti che la sinistra non c’era; a quelli che votano ancora perché non vogliono arrendersi; a quelli che non votano più perché non intendono legittimare nani e ballerine; a quelli che chiudono gli occhi e fanno finta che tutto va bene; soprattutto a quelli che gli occhi li aprono per piangere.
E principalmente coraggio. L’anno nuovo è appena iniziato, ma a Potenza non è nuovo, è riciclato.

Ti sei ricordato di condividerlo con i tuoi amici?