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«Papà è morto da innocente». Gianni Pittella racconta il padre Domenico | FOTOGALLERY

Basilicata
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Domenico Pittella con il figlio Pittella
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POTENZA - «Impiegherò molti anni per raccontare la leggenda di mio padre». C'è il senatore, il medico ma soprattutto l'uomo e il genitore nel ricordo di Domenico Pittella tratteggiato dal maggiore dei suoi due figli maschi.
A marzo Gianni ha seguito le orme paterne entrando a Palazzo Madama col Pd, dopo 4 mandati da europarlamentare a Bruxelles. Neanche il tempo di vederlo all’opera che il 15 aprile  “don Mimì” si è spento, a 86anni. Gli onori civili e la partecipazione di massa alle esequie hanno restituito l'aura che ancora ne avvolgeva la figura nella sua Lauria: 12mila anime aggrappate al versante tirrenico dell'Appennino lucano, nel punto in cui si incrociano le valli di 3 dei più noti fiumi lucani: il Noce, il Sinni e il Mercure. Ma hanno riportato alla memoria anche un pezzo di storia dell’Italia repubblicana, con la sua vicenda giudiziaria e le accuse sui contatti con le Brigate Rosse.

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Senatore Pittella, qual è eredità spirituale di suo padre Domenico?
«L’amore verso gli altri, l’amore verso la sua comunità, la terra che gli ha regalato una vita non comune e a cui egli ha donato tutto se stesso. L’amore per la vita, spesso diceva: “alcuni sostengono che la vita sia un Paradiso di bugie, io invece penso che sia degna di essere vissuta”. Voglio ringraziare le tantissime persone che gli hanno tributato un saluto non formale, penso proprio sottolineando questo tratto speciale della sua vita».
E il suo lascito politico?
«Il suo socialismo umanitario, poca ideologia e tanta pratica quotidiana, una politica che lascia il segno perché crea le condizioni concrete di un avanzamento civile sociale ed economico soprattutto per i più deboli».
La morte di un genitore è un momento di grande dolore, ma anche di crescita. Quanto è difficile raccogliere il testimone di un’esistenza come quella di suo padre per un figlio che oltre a cercare l'emancipazione, come fanno tutti, forse ha dovuto confrontarsi più degli altri con una figura tanto ingombrante condividendo la passione per la politica?
«Non credo che ne io né Marcello (fratello minore e presidente della Regione Basilicata, ndr), che siamo i suoi figli impegnati in politica, potremo mai ricalcare le sue orme, non solo perché i contesti e i mondi in cui papà ha fatto politica sono profondamente diversi, ma perché papà è stato unico. Ciò che abbiamo provato a fare e dovremo ancor più proseguire è un impegno politico e civile appassionato, pieno di generosità e lungimiranza, mai orientato a fini personali, e mai autoreferenziale… sempre disponibile verso tutti, a prescindere dalle appartenenze politiche, senza mai dimenticare che papà è stata una persona onesta».
A un certo punto è capitato che foste persino in competizione l'uno contro l'altro. Se lo ricorda?
«Certo che lo ricordo, lui scelse di tornare in politica e ci scontrammo proprio a Lauria dove lui era il capolista di una civica ed io e Antonio Pisani di due liste rionali del Psi… ma il Psi era il mio partito e pur comprendendo le ragioni emotive che lo portavano a gareggiare, non potevo e non volevo rinunciare alla idea che è stata la cifra della mia vita. Io credo che quella esperienza benché sofferta ci dica quanto chi crede a valori e ideali debba rimanere coerente anche quando sono in gioco sentimenti ed affetti e d’altra parte dimostra quanto fosse indomito il desiderio di mio padre di darsi, di donarsi alla propria comunità sia pure in una forma più civica che partitica».
Suo padre non ha mai nascosto il suo carattere “fumantino”, d’altro canto le riconosceva una grande capacità di mediazione. Cosa vi univa e cosa vi divideva nelle discussioni che animano sempre un rapporto tra padre e figlio?
«Tutti sanno che papà era più sanguigno di me, ma le nostre discussioni sono state quasi sempre pacate. Penso che la mia indole caratteriale sia naturalmente riflessiva e dialogante, e che proprio le tensioni divisive che ho vissuto all’inizio della mia vita politica mi abbiano insegnato che tante lacerazioni, troppe asprezze, a volte rivolte all’interno del proprio partito, siano un errore, e che se si presta ascolto alle ragioni degli altri si possono trovare punti di incontro, ovviamente se non si tratta di questioni politiche di fondo o di scelte valoriali. Ma spesso ci si divideva e ci si divide sul nulla, sulla conquista di piccoli territori di potere, mentre le persone aspettano altro da noi».
L'ultima cosa che lui le ha rimproverato, e viceversa?
«Mi diceva sempre “non mi vieni a trovare mai”, eppure ogni vota che scendevo da Bruxelles andavo da lui. Lo diceva anche a Marcello con cui si vedeva quasi ogni giorno. Era un modo per rimarcare il grande amore che provava verso i suoi figli. Quello che invece ci dava tristezza negli ultimi anni era un suo atteggiamento di progressiva attenuazione della vita sociale.  Gioiva quando amici e compagni andavano a trovarlo, ma dopo aver lanciato quasi in solitudine la idea della fondazione Amicla, per creare un centro di eccellenza per la terapia del dolore, si era tuffato nella Medicina Legale, frequentando con assiduità giovanile il Tribunale di Lagonegro e facendo perizie con entusiasmo e competenza. Certo che quando gli parlavamo di politica gli si illuminavano gli occhi».
Il ricordo più brutto e quello più bello?
«Quello più brutto senz’altro è il giorno in cui con Marcello andammo a trovarlo in carcere, avvolto in una coperta, era invecchiato di venti anni. Uno dei giorni piu belli era la domenica mattina, quando, non frequentemente, scendevamo con Marcello e con mamma e papà nel garage di casa ed entravamo nella Mercedes “pagodina”, era il segnale di una giornata intera che avremmo trascorso con loro verso il mare».
Com'era suo padre con sua madre?
«Papà le ha voluto molto bene ed anche negli ultimi tempi permaneva un grande affetto tra loro, sia pure da separati. Certo mamma ha sofferto molto ed anche noi».
Dietro il feretro, ai funerali, c'era una grande bandiera rossa che ha sfilato con lui per le strade del paese. Cosa rappresentava il socialismo per Domenico Pittella?
«La difesa degli ultimi e degli umili, il superamento delle disparità sociali e territoriali. Il valore intangibile della persona umana».
Era religioso?
«Non praticante ma credeva. Una delle canzoni che ci faceva ascoltare quando eravamo piccoli era lo stornello di Otello Profazio: “San Giuseppe Evangelista fu lu’ primo socialista, si era tanto infervorato che fondai lu’ sindacatu”».
Quali aneddoti racconterebbe a suo nipote del bisnonno che non potrà mai conoscere?
«Credo che impiegherò molti anni per raccontare la leggenda  di mio padre, spiegherò ai miei nipotini Egidio ed Edoardo che le sue visite a dorso di mulo nelle più sperdute contrade lauriote come le scorrazzate da Lauria a Roma in auto velocissime per andare al Senato e rientrare a verificare lo stato di salute dei suoi pazienti in Clinica, sono la cifra del senso del Dovere che e’ giusto insegnare ai ragazzi».
Il più divertente?
«Eravamo stati per una intera giornata ad un pranzo in contrada Seta a casa di Feliciantonio, un caro amico di famiglia che aveva invitato oltre cinquanta persone. Naturalmente tra un brindisi e l’altro di vino rosso buonissimo che si produceva in quella zona, erano tutti un po’ brilli e pure papà che però pretendeva di guidare la sua Renault… e finimmo sospesi in una scarpata. L’alcool non ci rendeva consapevoli del rischio grande che stavamo attraversando fin tanto che i commensali non se ne accorsero e ci vennero a salvare. Poi c’è aneddoto politico molto simpatico. Erano le elezioni regionali del '70, comizio a Trecchina: papà concludeva i suoi discorsi sempre con “noi vinceremo ma se non dovessimo vincere faremo come le aquile con lo sguardo rivolto verso il sole”. Un compagno che volle emularlo introducendo il suo discorso prese le aquile per pettirossi e disse “ faremo come i pettirossi con lo sguardo verso il sole”».
C'è una tradizione di carattere familiare che Domenico Pittella avrebbe voluto che gli sopravvivesse?
«Ogni anno tra agosto e settembre ci invitava con la sua nuova moglie Teresa per un pranzo di famiglia: figli nipoti, pronipoti eravamo tantissimi era un momento in cui si consolidava l’unità di una famiglia cosi composita e si raccontavano aneddoti passati con allegria e un po’ di sana ironia. Sono certo che sarebbe felice se noi mantenessimo questa tradizione».
Quante volte suo padre è dovuto intervenire per sedare litigi tra voi fratelli? Qualche mese fa disse la sua anche su chi tra lei e Marcello, il governatore, dovesse correre per il Parlamento. Ora che siete da soli pensa che riuscirete ad andare d'accordo e restare uniti come prima?
«Il suo carisma e la sua saggezza sono stati importanti ma lui non faceva l’arbitro, non c’era bisogno e non gli competeva. Le decisioni politiche sono state sempre prese non in un ristretto circolo familiare, dove si ascoltavano consigli, ma poi. Ad altri e ad altre sedi competeva decidere. Che Marcello ed io si abbia un carattere e a volte idee diverse non e’ un mistero, perciò’ sorrido quando sento le accuse di clan familiare. Ognuno di noi ha la sua testa, la sua maturità e il suo spirito critico  e ne è geloso, fermo restando l’affetto indissolubile che ci lega e che ci legherà ancor di più dopo la morte di papà».
L'esistenza di Domenico Pittella è stata segnata anche da una parentesi buia, con il processo Moro ter, la condanna, sei anni di latitanza all'estero, quindi il carcere e la grazia concessa dal presidente della Repubblica. Lei che all'epoca era già assessore regionale, poi deputato ed eurodeputato prese pubblicamente le distanze dalla sua scelta di sottrarsi alla giustizia. Cosa ricorda di quel periodo?
«Fu un periodo drammatico per lui e tutti noi: Il terremoto dentro. Papà veniva accusato di banda armata per aver curato una brigatista. Quella fase della nostra vita fu drammatica: l’arresto, gli interrogatori, l’attenzione dei media, ma anche lo stare vicino a un genitore che soffre, il tenere unita una famiglia, continuare a lavorare nell’istituzione regionale, impedire che quella vicenda travolgesse un capitale umano e politico che era stato faticosamente costruito. Decisi dal profondo del mio cuore che i sentimenti inscindibili che mi legavano e mi hanno sempre legato a mio padre non dovessero condizionare il mio atteggiamento nei confronti dell’iter giudiziario verso cui portai rispetto e che accettai, malgrado fossi intimamente convinto della estraneità rispetto alle enormi accuse che gli venivano rivolte. Con Marcello soffrimmo moltissimo. Quando andavamo a fare gli esami all’università, i professori bisbigliavano tra loro. Mentre facevo un comizio in un paesino della Basilicata, Castronuovo, qualcuno mi gridò sotto il palco “Moro Ter”, il nome del processo che inchiodava mio padre alla sua croce. Ho avuto, abbiamo avuto, la forza di restare sereni, forti dei nostri valori che erano e sono i valori che i nostri genitori ci hanno insegnato. L’esito della vicenda giudiziaria non fu favorevole. Ma tutto ciò, se si volesse fare un’analisi storica, andrebbe collocato nella temperie degli anni di piombo, nella terribile emergenza che sconvolse l’Italia e influenzò anche le decisioni dei magistrati. Oggi, a distanza di più di trent’anni, la brigatista Natalia Ligas, che era stata curata da mio padre, ha rilasciato una dichiarazione spontanea sottolineando che le prestazioni da lui effettuate furono fatte  e senza la richiesta di alcuna contropartita».
Sa quale fosse il giudizio storico a cui aspirava?
«Il giudizio storico lo daranno i posteri: chi lo ha conosciuto, lo ha  amato o lo ha  rispettato anche avendo idee politiche tanto diverse dalle sue. Credo che il vuoto che si avverte dopo la sua morte sia la cifra della sua presenza in vita: una grande storia d’amore per la sua Lauria, la sua Lucania e il Mezzogiorno, non priva, come tutte le storie d’amore di slanci audaci, di gioie e dolori. E’ ancora lui a parlare: “ non rinuncerei mai al dolore perché non ci sarebbe la gioia».
Pensa che suo padre se ne sia andato via con qualche rimpianto? Crede che avrebbe voluto più tempo per fare qualcosa in particolare?
«Quando con Marcello lo accompagnavamo nelle visite mediche nelle campagne ci recitava delle poesie bellissime. Una di Gozzano diceva: “Non amo che le rose che non colsi non amo che le cose che potevano essere e non sono state”. Avrebbe sicuramente voluto fare di più e in quel fondo d’animo all’apparenza severo c’era una immensa speranza verso il domani. Sul suo caminetto c’è una frase molto bella: “La luce del mattino è quando tutto  ricomincia”».

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