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«Così riesco a vivere da sola con 600 euro di pensione». Storie di anziani a rischio povertà

Basilicata
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OTTENERE dopo oltre settant’anni la reversibilità della pensione del fratello vittima di guerra e ancora senza alcun risarcimento. In questa speranza c’è tutta la storia personale, ma anche la situazione indicativa di una generazione – quella dei nostri pensionati – che fino a qualche anno fa doveva essere il nuovo welfare per i giovani condannati alla precarietà e invece si sta riscoprendo altrettanto povera.

«Con quei soldi, anche se sono una miseria, non risolverei tutti i miei problemi ma almeno, non so, pagherei il metano…» sospira la signora Anna Caputo di Maratea. Ottantasei anni, sarta, un passato in fabbrica che disegna la parabola delle illusioni e dei fallimenti industriali del Mezzogiorno: la Lebole Sud – testa ad Arezzo, braccia a Maratea, il fallimento dopo la riconversione nel settore scarpe – nella quale Anna lavorò per «soli 15 anni. Nel 1971 mi sono iscritta alla Cgil. A ripensarci oggi – racconta – mi pento di non aver proseguito. Con così pochi contributi, la mia pensione è di appena 614 euro, e sappiamo che il sistema italiano non guarda le condizioni delle singole famiglie ma, appunto, soltanto i contributi versati». Anna è sospesa in una posizione intermedia: tra i 4,6 milioni di italiani in povertà assoluta (545 euro al mese) e gli 8,3 milioni in povertà relativa (700€/mese). Certo per una donna anziana e sola forse non valgono le classificazioni basate solo sui numeri.

Qual è la condizione della sua famiglia?

«Dal 1994 vivo sola, da quando cioè è morta mia madre, che stava con me nella casa di cooperativa nella quale abito tuttora. Aveva la pensione minima, più l’accompagnamento, ma ricordo che ogni 6 del mese diceva “Non la voglio questa miseria!” quando c’era da andare alla posta».

È una miseria anche la sua pensione?

«Beh i problemi ci sono ma mi sento una privilegiata, non avendo almeno spese di fitto o mutuo. Però tra condominio, luce, gas e metano arrivo a stento a fine mese. Sono invalida al 99%, e per fortuna che le spese di assistenza medica sono gratuite. Ora ho problemi di udito e dovrò mettere un apparecchio. Di certo non posso permettermi una persona che mi accudisca. Per le visite che devo fare a Cremona, ad esempio, ho la fortuna di essere accompagnata da mio nipote. Un altro intervento sono andata a farlo a Reggio Emilia. Ma tutto a mie spese».

Nei giorni scorsi la Spi-Cgil ha lanciato l’allarme sui pensionati lucani: ben 4 su 10, per colpa della crisi hanno rinunciato ai pasti, o almeno risparmiano sulle spese alimentari. Lei come fa?

«Preparo molte cose da me. Prima che la nostra casa fosse bombardata nel 1943, i nostri due forni a legna erano sempre accesi, eravamo 10 fratelli, nostro padre morì sul lavoro a Napoli. Ricordo ancora quei tempi perché adesso nella mia soffitta ho un forno che uso per preparare il pane».

Riesce a mantenere anche un orto?

«No, quello purtroppo no. Ma le verdure non mi mancano perché ho chi me le porta: l’altro giorno mio nipote mi ha dato delle buonissime melanzane. Ogni tanto i vicini mi portano della carne. C’è riconoscenza, si ricordano del bene che abbiamo fatto, siamo stati brava gente: quante punture ha fatto mia madre? E persino un parto cesareo… Nei piccoli paesi esiste ancora il vicinato».

Tornando agli anni in fabbrica, cosa le manca?

«Mi mancano molto quegli anni. Ero modellista, la fabbrica produceva pantaloni e giacche da uomo, mi piaceva il lavoro con le stiliste: riportavo il lucido sul cartone, era un lavoro creativo ma anche manuale: spillavo, scartavetravo. Prima avevo una macchina di maglieria con cui lavoravo a casa, ma in fabbrica mi divertivo: oggi penso con dispiacere di essermi licenziata, peccato non poter tornare indietro…».  

Cosa rimpiange dei suoi tempi e come li vede in rapporto all’oggi?

«Le dico solo una cosa: lavoravo sempre in piedi. Altro che palestra! Di quegli anni mi restano le mani callose e le cataratte da operarmi, appena potrò… Guardo il tg, vedo che i vagabondi sono i privilegiati e penso che dovrebbe tornare il ’43 per tutti, il tempo di guerra. C’è troppo benessere, il cibo si butta».

E poi c’è chi non riesce a fare la spesa o arrivare a fine mese.

«È una società in cui ci sono troppe disparità, c’è chi è poverissimo e chi naviga nell’oro. Come me, moltissima gente ha lavorato una vita intera e adesso si ritrova senza niente in mano, magari con figli e nipoti da mantenere. Oggi anche noi anziani e pensionati siamo a rischio povertà, e nel nostro caso i problemi di salute o il vivere da soli rappresenta un ostacolo in più».

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