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A Lamezia è guerra aperta tra "guardie e ladri"

Contro gli arresti piovono bombe e intimidazioni

Calabria
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LAMEZIA TERME – E’ una guerra ormai fra “guardie e ladri”. Prima gli arresti e subito dopo la risposta con le bombe ai pentiti e loro familiari, ma anche a commercianti con ordigni che esplodono anche in centro e tra la folla. Ultima in ordine di tempo la bomba esplosa davanti l’abitazione di via Madonna della Spina, a nord del quartiere Bella, contro l’abitazione di Vincenzo Perri, cognato di Angelo Torcasio detto “porchetta” il primo del clan Giampà che a luglio 2011 ha deciso di “saltare il fosso” collaborando con la giustizia contribuendo in maniera determinante a scompaginare la potente cosca di Nicastro. Poche ore dopo la bomba, l’operazione di oggi della squadra mobile della questura di Catanzaro che su ordine della Dda di Catanzaro notifica 4 ordinanze di custodia cautelare in carcere contro 4 esponenti del clan Giampà facenti parte del gruppo di fuoco. Le dichiarazioni del pentito Francesco Vasile, detto “Ciccio rapina”, incastrano infatti Alessandro Torcasio, 30 anni, detto “u cavallu” che avrebbe avuto un ruolo negli omicidi di Vincenzo Torcasio, ucciso nel campo di calcetto a giugno 2011 e del figlio Francesco ucciso ad un mese esatto dall’agguato del padre. Altre 3 ordinanze per Luca Piraina, 24 anni, Pasquale Catroppa, 27 anni e Maurizio Molinaro di 30 anni. Questi ultimi 3 accusati del duplice tentato omicidio della fine di marzo del 2011 contro Egidio Umberto Muraca (diventato collaboratore di giustizia a ottobre scorso) e Angelo Francesco Paradiso. Piraina e Catroppa avrebbero sparato mentre Molinaro avrebbe avuto un ruolo d’appoggio ai sicari. Anche in questo caso ha fatto la “differenza” la collaborazione con la giustizia dei pentiti del clan Giampà. Contro i quali, in risposta alle retate della Dda, è in atto una vera e propria strategia intimidatoria fin dalla scorsa primavera che ha colpito tutti i pentiti ex appartenenti al clan Giampà il cui padrino, Giuseppe Giampà, ha iniziato pure lui la collaborazione con la giustizia dal mese di settembre scorso.
Prima ancora della retata di giugno 2012, (operazione “Medusa”) infatti, erano state piazzate e fatte esplodere bombe a casa di Saverio e Rosario Cappello, padre e figlio, appartenenti all’omonima cosca della montagna e pentiti da dicembre 2011. A maggio 2012 prima l’incendio distrusse la villetta di Rosario Cappello ed a luglio 2012 poi la bomba davanti casa del figlio Saverio, ex killer della cosca Giampà. Alla retata di giugno 2012, le cosche reagirono, a luglio 2012, con bombe davanti al bar “Sole e Luna” (gestito da Vincenzo Perri e dalla moglie Sandra Torcasio, cognato e sorella del pentito Angelo Torcasio). Un’intimidazione dunque contro le stesse persone a cui è stata fatta esplodere la bomba della notte scorsa. E nella stessa nottata dell’ordigno al bar “Sole e Luna” esplose un’altra bomba che danneggiò l’ingresso del “Caffè Mazzini” gestito dai figli di Battista Costentino, altro pentito della cosca Giampà. E nello stesso giorno il terzo attentato, nel giro di poche ore, con l’incendio della casa del pentito Angelo Torcasio. La risposta della Dda non tardò visto che ai primi di agosto arrivarono le operazioni “Medea” e “Minerva” con gli arresti di mandanti ed esecutori degli omicidi di Federico Gualtieri e Francesco Zagami. Destinatari delle ordinanze in carcere i componenti della “cupola” della cosca e azionisti. E sempre sulla base delle rivelazioni dei pentiti, fra cui Angelo Torcasio particolarmente colpito dalla strategia intimidatoria diretta e trasversale. Ne è la dimostrazione quando a settembre 2012, un altro ordigno esplode davanti la pizzeria “Mondo Pizza” in piazza Mercato di cui è titolare la sorella Caterina Torcasio.
Ma la risposta degli inquirenti non tarda ad arrivare visto che con l’operazione “Nuove Leve” a settembre 2012 vengono individuati e arrestati due giovani tramite le telecamere della videosorveglianza di un bar posto di fronte alla pizzeria saltata in aria. Uno avrebbe fatto da palo e l’altro avrebbe collocato e fatto esplodere la bomba. Uno dei due giovani avrebbe fatto delle confessioni, raccontando che avrebbe agito per conto dei Notarianni, famiglia alleata ai Giampà. Una famiglia finita nei guai anche per il pentimento di Rosanna Notarianni, la prima donna pentita nella storia della ‘ndrangheta lametina, e del marito Giuseppe Angotti, detto “Peppone”, ai quali una sera di ottobre scorso gli viene incendiata la casa in località Lenza, ormai abbandonata dai coniugi dopo la loro decisione di pentirsi. E in tutto questo contesto da “guardie e ladri”, non sono mancati gli attentati contro commercianti e imprenditori nonostante il “repulist” dell’operazione “Medusa”. Tra cui, una bomba davanti una villa in costruzione dell’imprenditore Giuliano Caruso, parte civile contro esponenti del clan Giampà in un processo per estorsione (operazione De ja vù). Arriva ancora la risposta della Dda con, a ottobre 2012, i primi arresti del gruppo di fuoco del clan Giampà per gli omicidi di Vincenzo e Francesco Torcasio di cui si autoaccusa di essere stato il killer di entrambi Francesco Vasile, arrestato a Novara dove si era rifugiato per sfuggire alla cattura a cui ha fatto seguito il suo pentimento. Ma a dicembre scorso i clan non si arrendono ancora. Un’altra bomba distrugge l’ingresso del supermercato “Eurospar” con danni ad altre strutture e prima della fine del 2012 (il 29 dicembre) un’altra bomba esplode davanti la vetrina del negozio di abbigliamento “Artusa” situato nel centralissimo corso Nicotera. L’ordigno esplode poco prima di mezzanotte ma essendo sabato sera la zona era affollata. Una tragedia evitata, così come quando, proprio nello stesso giorno dell’inizio del processo “Medusa” (il 13 dicembre scorso) un ordigno riduce ad un ammasso di lamiere la Fiat 600 del padre di Antonio Ventura, indagato nell’operazione “Medusa” e di cui hanno parlato i pentiti. La bomba esplode alle 18 in via della Vittoria, una zona molto trafficata a quell’ora e davanti una macelleria con all’interno alcune persone.

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