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Il carabiniere killer della mafia, dai verbali
spuntano dichiarazioni shock dei conoscenti

Calabria

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SIDERNO (Reggio Calabria) - «Donato Giordano per uccidere non ha mai avuto dei soldi, ha fatto tutto di sua spontanea volontà, non si era venduto, anzi io gli avevo detto di tornare a fare il carabiniere». Queste le parole del pentito Giuseppe Costa, riferite ai pm e ribadite due giorni fa in video conferenza nell'aula della Corte d'Appello di Reggio Calabria. «Donato Giordano non aveva alcuna disponibilità economica, almeno non aveva grosse somme di denaro che io potessi vedere». Queste invece le dichiarazioni della convivente di Donato Giordano rilasciate nel 1996 davanti alla Corte d'Assise di Locri durante il processo "Siderno Group". E ancora la convivente: «Ho saputo della scomparsa di Donato Giordano a settembre del '91». Due testimoni un punto in comune e molti misteri: il carabiniere Donato Giordano non era un assassino per soldi. E allora perchè decise di diventare il prezzolato e infallibile killer della famiglia Costa? Come è possibile che in un incendio in cui, come descritto dalle perizie medico-legali, "i corpi delle vittime si sono fusi al metallo dell'auto in fiamme, si salvi un tesserino di plastica? E perchè nessuno ha creduto alla convivente di Giordano che raccontò che il suo uomo smarrì documenti d'identità e tesserino militare diversi giorni prima della scomparsa? Come è possibile che la convivente dell'uomo apprenda della sua scomparsa due mesi dopo la presunta morte? E soprattutto perchè non si è dato peso al racconto dei colleghi di Giordano che diversi mesi prima della sua scomparsa sapevano delle vesti di spietato assassino del carabiniere che, il 17 luglio del 1991, giorno della sua morte, avrebbe dovuto commettere un omicidio a Locri? Domande che oggi non hanno ancora una risposta come non c'è certezza sulla reale fine di Donato Giordano. Giuseppe Costa, il pentito che sta ricostruendo un ventennio di alleanze criminali, della Locride e non solo, parla dei suoi killer, ha raccontato ai magistrati della Distrettuale antimafia di Reggio Calabria tutti i particolari degli omicidi e delle esecuzioni organizzati dal suo gruppo durante la guerra di mafia che ha visto la famiglia Costa entrare in una vera e propria faida contro i Commisso. Nei verbali del collaboratore di giustizia ci sono nomi cognomi di persone a lui vicine e degli uomini assoldati per compiere attentati e delitti. Tra loro c'era il carabiniere Donato Giordano, il cui corpo è stato rinvenuto carbonizzato su una Lancia Thema in fiamme il 17 luglio del 1991. Ma su quella morte ancora oggi aleggia un mistero lungo 22 anni, la scomparsa di Giordano è il primo grande mistero della faida di Siderno, che tra le vittime cadute tra il 1987 e il 1991 annovera anche due "lupare bianche" e il corpo carbonizzato, e mai scientificamente identificato, del barese Donato Giordano. Sui resti rinvenuti sulla Lancia Thema di colore verde non è mai stato fatto il riscontro del dna per accertare che il corpo fosse del carabiniere killer, ma soprattutto dai verbali e dalle testimonianze dell'epoca emergono particolari che tingono sempre più di giallo la fine di Giordano, uomo con la divisa ma assoldato quale spietato assassino del clan Costa di Siderno durante la faida. Dagli atti oramai impolverati del processo "Siderno Group" saltano fuori relazioni, perizie e ricostruzioni che lasciano a tutt'oggi un vera voragine giudiziaria intorno alla figura di Donato Giordano. Intanto spuntano le dichiarazioni di una delle donne del carabiniere che nel 1996 racconta ai giudici della Corte d'Assise di Locri di avere appreso della scomparsa del suo convivente Donato Giordano solo due mesi dopo la presunta morte del carabiniere. Appare quanto meno illogico che una donna, amante di Giordano e per questo abituata a sentirlo e vederlo spesso, venga a conoscenza della morte del suo uomo solo mesi dopo il fatto, un fatto che tra l'altro è balzato agli onori della cronaca nazionale per la crudeltà e l'efferatezza del crimine di cui Giordano sarebbe stato vittima. 

La Corte d'Assise di Locri, per quasi tutte le pagine che motivano la sentenza, indica invece come «soluzione logica» la circostanza che il corpo carbonizzato trovato, insieme a quello di Massimiliano Costante, nella Lancia Thema in fiamme nella galleria della Limina fosse quello di Donato Giordano, una costruzione logica che i giudici assemblano mettendo insieme alcuni riscontri indicati come «oggettivi» quali il riconoscimento di un lembo di pantalone (scampato miracolosamente all'incendio!), la struttura corporea della vittima e il rinvenimento di un tesserino di riconoscimento dell'Arma (scampato per metà alle fiamme!). Ma proprio su questo punto la questione diventa oscura e poco chiara. Già perchè come emerge dai verbali quella che era all'epoca la fidanzata ufficiale del carabiniere, che tra l'altro era anche sposato in Puglia, aveva riferito più volte che Donato Giordano aveva smarrito i documenti di riconoscimento, ovvero la patente e il tesserino militare, e in una circostanza aveva ricordato che durante un bagno alla scogliera di Africo la pistola d'ordinanza era caduta in acqua diventando inutilizzabile. Quello stesso tesserino che la ragazza di Giordano indica come smarrito improvvisamente riappare sulla Thema bruciata e scampa alla fiamme consentendo di individuare la vittima. Tutto è possibile. Ma dalle carte "arrugginite" del processo "Siderno Group" emerge un altro inquietante particolare, ovvero che alcuni colleghi di Donato Giordano sarebbero stati a conoscenza del ruolo di killer svolto dal carabiniere almeno dal maggio del 1991, quindi ben due mesi prima della sua morte. E questa circostanza è riferita davanti ai giudici da un collega di Donato Giordano. Dunque la doppia vita del carabiniere era nota, talmente nota che due persone, chiamate a testimoniare al processo, hanno riferito agli investigatori, e poi confermato in aula, di avere appreso dallo stesso Donato Giordano che il 17 luglio del 1991, data della sua morte, il carabiniere avrebbe dovuto commettere un omicidio a Locri, nei confronti di una persona che lo stesso Giordano non aveva riferito. Insomma fatti che continuano ad alimentare dubbi sulla sorte di uno dei protagonisti della violenta faida di Siderno.

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