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Cassano, il sindaco Papasso sa chi vuole fermarlo

«Le intimidazioni? Legate agli illeciti di Sibari»

Calabria
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«CHI DECIDE di fare il sindaco sa a che cosa va incontro, soprattutto se diventa primo cittadino in terra di Calabria. Io so perché sono stato intimidito. Io so che poteva accadere. Io so e continuerò a fare il sindaco», a parlare è Giovanni Papasso, primo cittadino di Cassano all’Ionio, città stretta dalla ‘ndrangheta, usata come pattumiera da Syndial e dall’ex industria di ferriti di Crotone, Pertusola, città degli scavi dimenticati e inondati, città che spera. 

Papasso ha un equilibrio politico traballante, la sua maggioranza politica non c’è. Ha vinto al secondo turno, con un successo personale, perché le sue liste in tutto avevano il 38 per cento di voti e quelle dell’avversario il 52 per cento. Questo significa che ad ogni consiglio comunale deve trovare la quadra, deve cercare l’equilibrio. E’ una doppia fatica. Il punto adesso però è un altro, è che Papasso sa che chi gli ha squarciato le ruote dell’auto, la scorsa settimana (LEGGI L'ARTICOLO), lo ha fatto per intimidire. Sa di essere un sindaco in prima linea, come il primo cittadino di Monasterace, nel reggino e, ancor prima quello di Isola Capo Rizzuto, ma non getta la spugna. 

Sindaco, lei dice che era tutto previsto, anche l’intimidazione, perché?

«Crede che io sia un amministratore comodo? Si sbaglia. Appena insediatomi al Comune ho ripulito un’area, quella di Marina di Sibari, portando l’acqua potabile, i commercianti quando sono arrivato lì mi hanno accolto con uno striscione di ringraziamento. Dopo una settimana dall’opera di bonifica però mi arriva una lettera anonima al Comune, mi intimano di lasciare tutto com’è, altrimenti mi ammazzano».

E lei che cosa ha fatto?

«Il contrario. Ho revocato una delibera che prevedeva la gestione del villaggio per una quarantina d’anni, ma di fatto tutto riversava nell’abbandono. Certo era un business enorme, io ho rotto gli equilibri. In realtà all’inizio la gestione era affidata ad un’associazione di consorzi che, a sua volta aveva affidato il compito ad una società, nel consorzio e nella società c’era lo stesso presidente. Io vado in consiglio comunale, pongo la questione di Marina di Sibari e annullo l’atto. Il Comune viene citato in giudizio. L’impresa si rivolge al Tar. Chiede danni milionari. Intanto però l’amministrazione  intraprende azioni importanti, l’area viene dissequestrata dopo anni. Lavoro anche affinché l’ente si riappropri di spazi demaniali, che i privati avevano ottenuto per uso capione. Ora Sibari ha l’accesso al mare. Prima no. Prima non aveva il mare».

Che cosa dice sindaco: Sibari senza mare?

«Sì perché prima per accedere alla costa bisognava passare per una strada privata e pagare cinque euro, ho fatto in modo, usando la legge, che questo abuso finisse. Oggi posso dire che Sibari ha di nuovo il mare, che è di tutti e gratis, come deve essere».

Certo non ha usato i guanti.

«Neanche sul Crati che esonda perché ci sono ettari di agrumeti, nati senza permesso. Addirittura ne abbiamo scoperto uno nell’area Sic. Il Comune sta procedendo a smantellare l’abuso. Cosa crede che tutto questo non crei tensioni, fastidi? Ecco chi vuole che mi fermi».

Lei si sente in una città di ‘ndrangheta? Non crede che ci sia poi troppo familismo anche con la politica?

«Cassano  è nota per fatti di criminalità organizzata, ma la maggior parte della popolazione si sente oppressa dalla ‘ndrangheta. Vede la legalità non è fatta solo di parole, ma di atti. Per esempio col piano commerciale siamo riusciti a recuperare un lavoro che aveva già portato a termine il precedente commissario, ma costa, bisogna pagare, mettersi in regola e così è iniziata la campagna denigratoria nei mie riguardi. Ma ero preparato. Io sono di Cassano, amo la mia città. Il familismo con la politica? Direi che c’è a volte l’interesse personale mascherato da crociate politiche, ma non lo scriva».

Tanti atti di solidarietà dopo l’attentato alla sua persona, tutti sinceri?

«Credo di sì. Certo c’è anche la formalità, ma in quest’anno di amministrazione io lo Stato l’ho sentito. Come? Attraverso il prefetto per esempio, professionista eccelso che ho trovato sempre vicino nelle battaglie più feroci. Poi ho avuto il conforto del vescovo, poche sono le volte in cui ci siamo parlati, ma è stato sempre un confronto intenso. Vorrei anche dire che ho ottimi rapporti, a prescindere dai colori politici, con tutti i sindaci dell’Alto e Basso Jonio e insieme si può fare. Dimettermi? No. Non la do vinta a chi usa la forza. Io ho scelto di fare il sindaco. Sono stato investito da questa carica dai miei elettori e porterò avanti il mio compito, chi mi ostacola se ne faccia una ragione».

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