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Ecco il filo che collega i due delitti di Mileto
Ora è corsa contro il tempo per evitare un faida

Calabria

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MILETO (VV) - Nove colpi di pistola, fatale quello alla testa. Un’esecuzione fulminea, in stile mafioso, per un omicidio che, in base alla pista privilegiata battuta dai carabinieri del Nucleo investigativo di Vibo Valentia guidati dal tenente Marco Califano, rifugge dalle logiche di supremazia mafiosa. E’ per questo che il caso rimane alla Procura della Repubblica di Vibo Valentia. 

E’ durato circa quattro ore l’esame autoptico che l’anatomopatologa forense Katiuscia Bisogni, su incarico del pm titolare del fascicolo Vittorio Gallucci, ha svolto sulla salma di Angelo Antonio Corigliano, il trentenne camionista residente nella frazione Calabrò assassinato a Mileto alle 15 di lunedì. Le risultanze dell’accertamento tecnico cristallizzano quanto il medico legale aveva avuto modo di verificare dopo il primo esame necroscopico effettuato sulla scena del crimine. L’esito della perizia sarà incrociato alle analisi balistiche che i consulenti Fernando e Vincenzo Mancino completeranno sui reperti messi a disposizione dall’Arma dei carabinieri. Tra questi le due armi rinvenute: la 9x21, ritrovata dai militari assieme al motociclo bruciato che si presume sia stato utilizzato dal killer, probabilmente affiancato da un complice, per dileguarsi e la 7.65 che la vittima teneva nell’abitacolo della Fiat Punto all’interno della quale è stato freddato. 

Gli investigatori hanno vagliato l’alibi di diversi sospetti ed hanno proceduto anche ad effettuare alcuni stub. Tutto questo mentre prende sempre più corpo l’ipotesi di un collegamento tra l’omicidio di Angelo Antonio Corigliano e quello di Giuseppe Mesiano, il panettiere sessantenne assassinato lo scorso 17 luglio, sempre a Mileto. All’attenzione degli inquirenti i contrasti tra le due famiglie per presunti motivi di vicinato che, secondo indiscrezioni non confermate ma neppure smentite, si sarebbero esacerbati poco prima della morte di Mesiano. Dopo l’omicidio del mese scorso, consumatosi all’interno di una proprietà della vittima,  sarebbe stato convocato nell’ambito di alcuni atti istruttori lo stesso Corigliano. Ignoto alle cronache giudiziarie, il fatto che il trentenne portasse con sé una pistola con colpo in canna risulta indicativo del fatto che intendesse trovarsi pronto a rispondere al fuoco nel caso in cui qualcuno gli avesse teso un agguato. Si teme un’escalation della spirale di violenza a Mileto. Il padre della vittima, Giuseppe Corigliano, sarebbe stato irreperibile per diverso tempo e ciò, secondo alcune fonti, lascerebbe supporre che, alla stregua del figlio, si sentisse nel mirino dopo l’omicidio di Giuseppe Mesiano. Il padre del camionista, tra l’altro, è figura nota agli inquirenti, anch’egli attenzionato dopo il delitto di luglio. Ora,  sul piano investigativo, si apre una sorta di corsa contro il tempo, necessaria per evitare quella che si teme possa diventare una nuova faida, la quale, presto o tardi, potrebbe registrare anche un intervento della criminalità organizzata.

MILETO (Vv) - Nove colpi di pistola, fatale quello alla testa. Un’esecuzione fulminea, in stile mafioso, per un omicidio che, in base alla pista privilegiata battuta dai carabinieri del Nucleo investigativo di Vibo Valentia guidati dal tenente Marco Califano, rifugge dalle logiche di supremazia mafiosa. E’ per questo che il caso rimane alla Procura della Repubblica di Vibo Valentia. 
E’ durato circa quattro ore l’esame autoptico che l’anatomopatologa forense Katiuscia Bisogni, su incarico del pm titolare del fascicolo Vittorio Gallucci, ha svolto sulla salma di Angelo Antonio Corigliano, il trentenne camionista residente nella frazione Calabrò assassinato a Mileto alle 15 di lunedì. Le risultanze dell’accertamento tecnico cristallizzano quanto il medico legale aveva avuto modo di verificare dopo il primo esame necroscopico effettuato sulla scena del crimine. L’esito della perizia sarà incrociato alle analisi balistiche che i consulenti Fernando e Vincenzo Mancino completeranno sui reperti messi a disposizione dall’Arma dei carabinieri. Tra questi le due armi rinvenute: la 9x21, ritrovata dai militari assieme al motociclo bruciato che si presume sia stato utilizzato dal killer, probabilmente affiancato da un complice, per dileguarsi e la 7.65 che la vittima teneva nell’abitacolo della Fiat Punto all’interno della quale è stato freddato. 
Gli investigatori hanno vagliato l’alibi di diversi sospetti ed hanno proceduto anche ad effettuare alcuni stub. Tutto questo mentre prende sempre più corpo l’ipotesi di un collegamento tra l’omicidio di Angelo Antonio Corigliano e quello di Giuseppe Mesiano, il panettiere sessantenne assassinato lo scorso 17 luglio, sempre a Mileto. All’attenzione degli inquirenti i contrasti tra le due famiglie per presunti motivi di vicinato che, secondo indiscrezioni non confermate ma neppure smentite, si sarebbero esacerbati poco prima della morte di Mesiano. Dopo l’omicidio del mese scorso, consumatosi all’interno di una proprietà della vittima,  sarebbe stato convocato nell’ambito di alcuni atti istruttori lo stesso Corigliano. Ignoto alle cronache giudiziarie, il fatto che il trentenne portasse con sé una pistola con colpo in canna risulta indicativo del fatto che intendesse trovarsi pronto a rispondere al fuoco nel caso in cui qualcuno gli avesse teso un agguato. Si teme un’escalation della spirale di violenza a Mileto. Il padre della vittima, Giuseppe Corigliano, sarebbe stato irreperibile per diverso tempo e ciò, secondo alcune fonti, lascerebbe supporre che, alla stregua del figlio, si sentisse nel mirino dopo l’omicidio di Giuseppe Mesiano. Il padre del camionista, tra l’altro, è figura nota agli inquirenti, anch’egli attenzionato dopo il delitto di luglio. Ora,  sul piano investigativo, si apre una sorta di corsa contro il tempo, necessaria per evitare quella che si teme possa diventare una nuova faida, la quale, presto o tardi, potrebbe registrare anche un intervento della crminalità organizzata.MILETO (Vv) - Nove colpi di pistola, fatale quello alla testa. Un’esecuzione fulminea, in stile mafioso, per un omicidio che, in base alla pista privilegiata battuta dai carabinieri del Nucleo investigativo di Vibo Valentia guidati dal tenente Marco Califano, rifugge dalle logiche di supremazia mafiosa. E’ per questo che il caso rimane alla Procura della Repubblica di Vibo Valentia. 
E’ durato circa quattro ore l’esame autoptico che l’anatomopatologa forense Katiuscia Bisogni, su incarico del pm titolare del fascicolo Vittorio Gallucci, ha svolto sulla salma di Angelo Antonio Corigliano, il trentenne camionista residente nella frazione Calabrò assassinato a Mileto alle 15 di lunedì. Le risultanze dell’accertamento tecnico cristallizzano quanto il medico legale aveva avuto modo di verificare dopo il primo esame necroscopico effettuato sulla scena del crimine. L’esito della perizia sarà incrociato alle analisi balistiche che i consulenti Fernando e Vincenzo Mancino completeranno sui reperti messi a disposizione dall’Arma dei carabinieri. Tra questi le due armi rinvenute: la 9x21, ritrovata dai militari assieme al motociclo bruciato che si presume sia stato utilizzato dal killer, probabilmente affiancato da un complice, per dileguarsi e la 7.65 che la vittima teneva nell’abitacolo della Fiat Punto all’interno della quale è stato freddato. 
Gli investigatori hanno vagliato l’alibi di diversi sospetti ed hanno proceduto anche ad effettuare alcuni stub. Tutto questo mentre prende sempre più corpo l’ipotesi di un collegamento tra l’omicidio di Angelo Antonio Corigliano e quello di Giuseppe Mesiano, il panettiere sessantenne assassinato lo scorso 17 luglio, sempre a Mileto. All’attenzione degli inquirenti i contrasti tra le due famiglie per presunti motivi di vicinato che, secondo indiscrezioni non confermate ma neppure smentite, si sarebbero esacerbati poco prima della morte di Mesiano. Dopo l’omicidio del mese scorso, consumatosi all’interno di una proprietà della vittima,  sarebbe stato convocato nell’ambito di alcuni atti istruttori lo stesso Corigliano. Ignoto alle cronache giudiziarie, il fatto che il trentenne portasse con sé una pistola con colpo in canna risulta indicativo del fatto che intendesse trovarsi pronto a rispondere al fuoco nel caso in cui qualcuno gli avesse teso un agguato. Si teme un’escalation della spirale di violenza a Mileto. Il padre della vittima, Giuseppe Corigliano, sarebbe stato irreperibile per diverso tempo e ciò, secondo alcune fonti, lascerebbe supporre che, alla stregua del figlio, si sentisse nel mirino dopo l’omicidio di Giuseppe Mesiano. Il padre del camionista, tra l’altro, è figura nota agli inquirenti, anch’egli attenzionato dopo il delitto di luglio. Ora,  sul piano investigativo, si apre una sorta di corsa contro il tempo, necessaria per evitare quella che si teme possa diventare una nuova faida, la quale, presto o tardi, potrebbe registrare anche un intervento della crminalità organizzata.

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