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Si fecero pagare dal boss per "aggiustare" sentenza

Tre persone coinvolte, c'è una funzionaria di Cassazione

Calabria
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IN cambio di 400mila euro aveva promesso di riuscire ad "aggiustare" un processo in Cassazione salvando così il boss della 'ndrangheta Nicola Femia, arrestato in Emilia Romagna. L'accordo però è stato scoperto e una funzionaria della Corte di Cassazione a Roma, Teresa Tommasi, è stata raggiunta da un’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari. Avrebbe agito insieme ad altre due persone ma tra loro non ci sono magistrati.

La donna è accusata - in un’inchiesta della Dda di Bologna - di aver millantato credito presso la Corte con Nicola Femia, attualmente in carcere. L'esponente calabrese, proveniente da Marina di Gioiosa ionica, in pprovincia di Reggio Calabria, è conosciuto anche come "Rocco" e ritenuto un importante boss 'ndranghetista al vertice dell’organizzazione smantellata dalla guardia di finanza, nel gennaio scorso (LEGGI LA NOTIZIA SUL RUOLO DEL BOSS DI MARINA DI GIOIOSA). Secondo l'accusa, la cosca faceva profitti con il gioco illegale on line e con le videoslot manomesse.

Gli aspetti più inquietanti dell’indagine sono i contatti che erano emersi tra il faccendiere Guido Torello e Nicola Paparusso, maresciallo dei carabinieri che nel 2011 era in servizio al Senato, e con Massimiliano Colangelo, intermediario finanziario e immobiliare di Roma. Paparusso e Colangelo, si erano messi a disposizione per riuscire a pilotare il verdetto della Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione che avrebbe dovuto decidere sulla conferma o meno della pena a 23 anni di reclusione per il boss originario della Locride. Nicola Femia per quell’interessamento sborsò un anticipo di 100 mila euro. A fare da trait d’union tra gli uffici della Cassazione ed il gruppo la funzionaria Teresa Tommasi, fu lei ad insistere per riuscire ad ottenere il denaro il prima possibile e sempre lei a telefonare al gruppo per notiziarlo sull’andamento del processo. 

(LEGGI LE NOTIZIE SULL'OPERAZIONE BLACK MONKEY

A fare luce sulla vicenda le intercettazioni degli investigatori. «Io non vendo verdura .. vendo rapporti .. vendo relazioni .. e queste relazioni a me costano .. alberghi .. cene .. pranzi .. regali .. bottiglie .. champagne». Così aveva detto Guido Torello a Nicola Femia, per fargli capire il suo interessamento alla questione legata al processo di Cassazione. Femia, condannato in primo grado a 30 anni, pena ridotta a 23 anni dalla Corte di Appello di Catanzaro, non ne vuole sapere di andare in carcere, e per questo grazie a Torello si muove e sborsa 100 mila euro come anticipo di una tangente da 400 mila euro per sistemare le cose. Il “canale” privilegiato è costituito da Massimiliano Colangelo e Nicola Paparusso, quest’ultimo sul suo sito personale si qualifica quale “Consigliere Legislativo del presidente della Delegazione Italiana presso l’Assemblea parlamentare Nato, i due hanno in Teresa Tommasi la chiave per gli uffici della Cassazione. 

Per gli investigatori però esiste anche l’ipotesi che i tre millantino conoscenze che non hanno per fare sborsare il denaro a Nicola Femia. Il verdetto della Cassazione è favorevole al boss, ma non lo accontenta, infatti la sentenza di condanna viene annullata ma “con rinvio”, quindi Femia rivuole indietro i 100 mila euro e fa capire a tutti che per riaverli è disposto anche a passare alle maniere forti. «È certo - scrive il pubblico ministero - che i difensori di Nicola Femia nel procedimento dinanzi la Corte di Cassazione, sono rimasti del tutto estranei alla trattativa illecita. E ciò è tanto vero che a loro il Femia si rivolge solo per ottenere pretestuosamente chiarimenti tecnici che gli consentano di verificare la “serietà“ delle profferte ricevute dal Colangelo e dal Paparusso». 

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