Salta al contenuto principale

Le atmosfere di De Franco
sui solchi di un disco

Calabria

Tempo di lettura: 
2 minuti 9 secondi

C’è qualcosa di nuovo in Gianfranco De Franco, anzi d’antico.

Nuovo l’approccio e il percorso. Partendo dalle musiche di “Dissonorata” e “La borto”, gli spettacoli di Scena Verticale scritti e interpretati da Saverio La Ruina, e aggiungendovi un’altra miniopera, “APP”, il clarinettista e sassofonista cosentino ha allestito una trilogia. I tre segmenti compongono il lavoro discografico “Cu a capu vasciata” (MK Records). Un concept-album espressionista fatto di musiche dilatate, pensate per accompagnare uno sviluppo teatrale: De Franco sovraincide le parti di fiati in un tappeto liquido, meditativo. La voce recitante di La Ruina ha la stessa funzione dei cartelli nei film del cinema muto: imbecca, dà il “la”, lasciando all’ascoltatore la libertà di riempire i paesaggi sonori con immagini e storie. De Franco, nei fortunati spettacoli del regista-attore di Castrovillari, eseguiva le parti musicali dal vivo, con le spalle al pubblico. Ora quelle atmosfere sono finite sui solchi di un disco. Quello raccontato da “Cu a capu vasciata” — “cu a capu vasciata a cuntà i petri pi ‘nterra” — è un mondo calabrese ancestrale, in bianco e nero (soprattutto nero), con la raccolta dei fichi, il culto dei morti, il destino, scene di paese e chiacchiericci. Al centro, la condizione della donna. La prima parte della trilogia è dedicata a “Dissonorata”: il lutto perenne delle vedove, il giogo in cui le donne calabresi hanno vissuto per secoli, la loro ironia amara. “La borto” occupa la seconda parte del concept di De Franco: un altro calvario femminile, in un paese del Meridione nel quale il corpo delle donne viene misurato dai geometri col metro. Lo step più visionario dell’album è il terzo e conclusivo, dal sottotitolo “APP” (Artiterapie Performance Project), che riassume le esperienze cliniche e musicoterapiche del musicista insieme ai pazienti psicotici. Qui De Franco cerca di riprodurre il suono dell’anima, quel magna onirico, in tavolozze ambientali che richiamano da vicino certi lavori di Brian Eno e del trombettista americano Jon Hassell. L’utilizzo di midi e di molteplici fiati — sax, flauto, clarinetto, flauto andino, didgeridoo — riesce a ottenere il massimo dell’espressività.

Nei solchi di “Cu a capu vasciata” ritroviamo una Calabria poco oleografica, antichissima ma narrata musicalmente con una sensibilità poco incline ai tradizionalismi. Ecco perché in Gianfranco De Franco c’è qualcosa di nuovo, anzi d’antico.

Ti sei ricordato di condividerlo con i tuoi amici?