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Omicidio Garofalo, il grido liberatorio dei parenti di Lea e il sostegno di Don Ciotti

Calabria

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UN autentico grido di liberazione è stata la prima reazione di Marisa  Garofalo, sorella di Lea, apprendendo per la prima volta dal Quotidiano dei sei ergastoli inflitti agli aguzzini dell’ex testimone di giustizia. «Certo - ha detto Marisa Garofalo dopo i primi momenti di comprensibile emozione - avrei preferito avere ancora mia sorella viva, ma con questa sentenza, anche se da morta, ha trovato finalmente giustizia. Spero che questa sentenza venga confermata anche nei successivi gradi di giudizio». La condanna a sei ergastoli per la morte di Lea Garofalo, sciolta nell'acido, apre un'infinità di emozioni per i parenti della donna di Petilia Policastro.

Dopo la soddisfazione, Marisa Garofalo passa ai ringraziamenti. «Innanzitutto voglio ringraziare il presidente della corte e il pm  Tatangelo, che da subito mi ha ispirato fiducia». Qualche perplessità, in verità, era sorta dopo l’annuncio dello stesso  pm della mancata applicazione dell’aggravante mafiosa al delitto di Lea, poi superata, come racconta la stessa Marisa. «Dopo le spiegazioni ricevute  anche dal maresciallo Buttarello, che ha sottolineato che si trattava solo di questioni tecniche che non avrebbero inciso sul giudizio,  mi sono molto tranquillizzata ed alla fine tutto è andato bene». 

Il pensiero della sorella di Lea va subito alla nipote Denise.  «Vorrei condividere la mia soddisfazione con lei e vorrei tanto sentirla, almeno questa sera (ieri sera per chi legge ndr). Non la sento dallo scorso ottobre, quando è  entrata nel programma di protezione». Con il tono di voce ancora emozionato, Marisa ricorda ancora la sorella. «Nessuno me la può far tornare, ma almeno è stata fatta giustizia e lei la meritava, visto che ha dato la vita  per aiutare lo Stato e, anche se solo dopo morta, è stata ricambiata».

  Restano ancora vivi i ricordi e soprattutto ciò che poteva essere fatto per Lea quando era ancora viva, ma per Marisa non è tempo di polemiche. «Sono stati fatti errori - ha detto ancora Marisa Garofalo -  e le istituzioni quando era ancora viva l’hanno abbandonata, perchè, come ha detto lo stesso pm Tatangelo nel corso del processo, mia sorella poteva essere salvata. Adesso però - ha proseguito - le istituzioni stanno rispondendo». Il riferimento  è alla scelta del consiglio regionale calabrese che ha dato a Denise una borsa di studio e dell’assise regionale lombarda che garantirà alla figlia di Lea l’intero ciclo degli studi. Infine, Marisa ha inteso lanciare anche un appello a chi si trova nelle medesime condizioni di sua sorella Lea. «Bisogna avere sempre fiducia, a prescindere, nella giustizia. Vale  sempre la pena - ha continuato ancora la sorella di Lea - schierarsi dalla parte della giustizia, anche se una maggiore attenzione da parte dello Stato ei confronti dei collaboratori è sempre necessaria».  Nessuno potrà mai restituirle sua sorella, ma con la sentenza di ieri almeno a Marisa hanno restituito la speranza. 

LA SENTENZA. La decisione dei giudici della Corte d'assise di Milano ha pienamente accolto la tesi dell'accusa sostenuta dal pm Marcello Tatangelo. In particolare queste le pene decise dai giudici di primo grado: ergastolo con isolamento diurno di due anni, a Vito e Carlo Cosco, quest’ultimo ex compagno della vittima. Ergastolo, con isolamento diurno di un anno a Giuseppe Cosco, Rosario Curcio, Massimo Sabotino e Carmine Venturino.

 

I giudici milanesi hanno, inoltre, condannato gli imputati a risarcire la figlia ventenne della donna, Denise, testimone chiave dell’accusa, e la madre e la sorella di Lea Garofalo. Alla figlia è stata assegnata una provvisionale di 200 mila euro e alle altre due donne una provvisionale di 50 mila euro ciascuna, naturalmente il pieno risarcimento sarà poi da ridefinire in sede civile.  Infine i giudici hanno disposto a carico degli imputati anche un risarcimento a favore del Comune di Milano, costituitosi parte civile nel dibattimento, per la somma di 25 mila euro. La corte ha deciso, altresì, che il dispositivo della sentenza dovrà essere pubblicato sull'albo del Comune e sul sito del ministero della Giustizia e ha ordinato la trasmissione alla Procura per eventuali valutazioni su profili di reato delle testimonianze di otto persone. Le motivazioni arriveranno tra 90 giorni. 

Prima che i giudici si riunissero in camera di consiglio, hanno preso la parola due degli imputati, Vito e Carlo Cosco. Quest’ultimo ha voluto replicare a quanto detto, durante la requisitoria, dal pubblico ministero Marcello Tatangelo, che aveva definito i sei imputati dei «vigliacchi» perché avevano ucciso insieme una donna. «Il pubblico ministero dice che siamo vigliacchi – ha affermato Carlo Cosco – io ho la terza media, il pm è un dottore e laureato, ha ragione a dire che sei uomini che uccidono una donna sono vigliacchi. Lo farei anch’io se l’avessimo uccisa, ma noi non siamo vigliacchi perché non l’abbiamo uccisa. Se avessi avuto la sciagurata idea di uccidere la mia ex compagna, non mi sarei servito di cinque persone». «Non è stato un omicidio, mai, mai», ha concluso Cosco, ringraziando infine i giudici e augurando loro una buona Pasqua».

Il pm aveva chiesto sei ergastoli a carico di tutti gli imputati Giuseppe, Vito e Carlo Cosco, Massimo Sabatino, Carmine Venturino e Rosario Curcio. Secondo l’accusa, Lea Garofalo sarebbe stata sequestrata il 24 novembre 2009 a Milano e uccisa il giorno successivo e poi il corpo sarebbe stato sciolto in 50 litri di acido in un magazzino nell’hinterland tra Milano e Monza. Le ultime immagini della donna in vita, filmate dalle telecamere, la vedono salire sulla macchina di Carlo Cosco in zona Arco della Pace. La donna, che aveva raccontato agli inquirenti negli anni fatti di una faida di 'ndrangheta, è stata uccisa, secondo quanto ricostruito dal pm, in particolare per quanto sapeva su un omicidio avvenuto nel '95. Si tratta di un rarissimo caso di lupara bianca a Milano, con modalità, lo scioglimento nell’acido, mai viste in Lombardia. 

 

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