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«Ecco chi era Lea, la mia sorella ribelle»

Calabria

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PETILIA POLICASTRO - Emozione che tracima. A partire da una "A", la lettera che Lea Garofalo si tatuò su una mano per ricordarsi del padre Antonio che le uccisero nel Capodanno del '75, quando aveva otto mesi appena, il racconto della sorella Marisa è un fiume di emozioni. Parlarne la addolora. Il pensiero va a ritroso, non si ferma alla scomparsa di Lea nel nulla, risalente al novembre 2009, e alla condanna all'ergastolo di sei persone, fra cui il suo ex compagno Carlo Cosco, disposta, lo scorso 30 marzo, dalla Corte d'Assise di Milano, per l’omicidio della donna e il suo scioglimento in 50 litri di acido. Rievoca la faida ultratrentennale tra i Garofalo e i Mirabelli nell'ambito della quale Lea perse non solo il padre ma anche il fratello Floriano, ucciso in un agguato nel giugno 2005. E la memoria è intatta. Quella delle effusioni di Lea, la "ribelle" che "sin da piccolissima voleva sempre dire la sua" e a cui mancava non solo la figura paterna ma, come lei stessa ammetteva, anche quella della madre, che, forse indurita da una falce che ha colpito molto forte, non era "espansiva". «Ma a te ne ha mai fatto regali?», le chiedeva Lea. Intatto è il ricordo della sua risata, "coinvolgente". E alla fine viene fuori il profilo di una donna ribelle due volte. Insofferente al codice 'ndranghetistico dell'omertà ma anche alle restrizioni imposte dal programma di protezione, dal quale fuoriuscì nonostante Marisa l'avesse avvertita che era "più sicuro". Ma quando Lea si metteva in testa una cosa non c'era nulla da fare. Era "ostinata". E poi tutto quello che faceva, lo ha detto anche il pm Marcello Tatangelo nella sua requisitoria, lo faceva per il bene di sua figlia Denise. Poco più che maggiorenne e tradita due volte. Non solo dal padre, ormai decaduto dalla potestà genitoriale, contro cui si è costituita parte civile testimoniando, coraggiosamente, ma anche dal suo compagno, Carmine Venturino: erano insieme a Botricello i due ragazzi la sera degli arresti, scattati nell'ottobre 2010. C’era anche lui fra i sei accusati di aver ucciso la madre della sua fidanzatina. Ma andiamo con ordine. Cominciamo dalla "A". 

Cominciamo dalla lettera "A" che Lea si tatuò su una mano per ricordarsi del padre Antonio, ucciso in un agguato. 

«Quando morì mio padre, mia sorella aveva solo otto mesi. Per questo Lea chiedeva sempre di mio padre, andava a guardarsi continuamente le foto. Lei è quella che ha sofferto di più per la mancanza del padre che non ha mai conosciuto. Io, quando lui morì, avevo otto anni, mio fratello dieci, eravamo tutti piccoli. La figura di mio padre le è mancata tantissimo. Per questo decise di tatuarsi una A su una mano. Era il suo modo di ricordarlo». 

Che studi ha fatto Lea? 

«Fino alla terza media. Avrebbe voluto frequentare le superiori ma siccome aveva un carattere ribelle, e quello che non le stava bene lo diceva sempre, anche da bambina è stata molto vivace, e di tanto in tanto chiamavano mia madre a scuola, proprio per dirle che Lea era troppo vivace. Così mia madre decise di punirla. Mia madre è una molto marescialla, per così dire, si fa seguire alla lettera, di carattere non è stata mai espansiva; non è un rimprovero che le faccio, è che lei è stata educata così, da un padre severo. Per questo, da mia madre, mai un abbraccio. Lea non avuto la figura paterna ma le è mancata molto anche quella materna». 

Lea era ribelle sia al codice della 'ndrangheta che alle imposizioni del programma di protezione, dal quale decise di fuoriuscire... 

«Si ribellava alle cose che non andavano bene. Anche all'interno del sistema di protezione. Per esempio, diceva, "perché mi devono trattare così?" Se non ha seguito alla lettera le restrizioni imposte, è perché se ne fregavano. Per esempio, se doveva andare a fare una visita, lo chiedeva una, due volte, poi andava lo stesso dove doveva andare, diceva: "mica non posso vivere più"; ecco perché ogni tanto ha disubbidito». 

Ad alcuni inquirenti, che pure ritenevano errata la revoca della protezione, Lea dava l'impressione di essere una testa calda.

«Dava quest'impressione, per il suo carattere un po' esplosivo, ma aveva sempre le sue ragioni. Non agiva così perché era una testa calda, era sempre mossa da principi. Era una ragazza molto intelligente e si accorgeva subito se la persona che le stava accanto le voleva bene o la prendeva in giro. Caratterialmente era molto buona, fin troppo generosa. Non potevi dirle "che bella maglietta", che era capace di togliersela e dartela». 

Pagliarelle sembra un posto dimenticato da Dio. Come sono state l'infanzia e l'adolescenza di Lea? 

«Sicuramente sofferte, come la mia e quella di mio fratello, del resto. Abbiamo avuto una mamma che lavorava, un po' siamo cresciuti con i nonni. Forse non c'è stato quell'affetto che un figlio avrebbe voluto dai genitori. Lea si lamentava sempre che mia madre non le avesse mai comprato un regalo. "A te li ha comprati?", mi chiedeva. Infatti, diceva che tutto quello che lei non ha avuto lo doveva dare a sua figlia. Giocattoli, regali, affetto. Magari si trascurava ma a sua figlia non faceva mancare nulla». 

Come inizia la storia con Carlo Cosco? 

«Da ragazzina. Aveva 15 anni appena quando ha conosciuto questo ragazzo, che all'epoca sembrava normale. Non si parlava di cosche, allora. Del resto, lui aveva 18 anni, si pensava che fosse come gli altri di quell'età. Anche se mio fratello non era d'accordo su questa frequentazione perché conosceva il fratello più grande di Carlo e sapeva che non facevano una bella vita; per questo la sgridava». 

Quando si sono verificati i fatti oggetto delle rivelazioni di Lea, era ormai a Milano. 

«Ha vissuto per un po' di anni a Milano».

 E' stata una delle prime testimoni di giustizia in Calabria, allora la norma neanche distingueva tra testimone e collaboratore... 

«Lei diceva sempre: sono entrata nel programma come testimone e non come collaboratrice». 

Cosa è scattato perché si decidesse a denunciare? 

«C'erano state discussioni con Carlo Cosco, che era finito in carcere. Lui la picchiò durante un colloquio. Da allora non volle vederlo più né mandò la figlia ai colloqui in carcere. Si era resa conto che non era una convivenza felice, non era la vita che desiderava né per lei né per sua figlia. Per questo mia sorella se ne andò da Milano a Lodi e poi a Bergamo, dove fu ospite delle suore orsoline. Qui è rimasta per parecchio tempo, finché non ha trovato una casa e un lavoro. Voleva essere lasciata in pace, a Bergamo, dove lavorava in una pizzeria. Le piaceva anche la città, aveva tantissime amicizie perché lei era una ragazza espansiva e solare. Ma non la lasciavano in pace nemmeno là. Le bruciarono una macchina, poi il motorino, poi la seconda macchina. Alla fine non ha retto più questa situazione. Anche questa è stata un po' la causa della sua scelta. "Non mi fanno vivere, io voglio farmi la mia vita e invece loro non mi lasciano in pace, vengono a cercarmi dappertutto"». 

Il rapporto con Pagliarelle? 

«Questo paese non lo amava. Non ci veniva spesso. Veniva giusto perché c'eravamo io e mio fratello, a cui era molto legata. Diceva che non voleva tornare, non le piaceva il modo di ragionare di qua, aveva un'altra mentalità avendo vissuto parecchi anni fuori». 

Alla fine le ultime vittime della faida portavano solo il cognome dei Garofalo, fisicamente quasi sterminati. Come viveva questa condizione? 

«Quando morì mio padre, era piccolissima, non ricordava nulla, le è stato raccontato. Quando morì mio fratello non c'era, era nel programma di protezione, fui io a chiamarla, apprese da me lo notizia. Morì anche un mio cugino». 

Vi sentivate quando lei era sotto protezione? 

«Ci chiamava sempre, aveva bisogno di soldi, con quelli del programma di protezione non riusciva a vivere. Mia madre le dava 300 o 400 euro al mese. Lea aveva 28 anni quando è entrata nella protezione. I primi anni non abbiamo avuto neanche contatti telefonici. Il primo contatto è stato dopo la morte di mio fratello. E' stata la prima volta che ci siamo visti da quando era nella protezione».

Che impressione le diede? 

«Stava malissimo, anche fisicamente, e l'umore non era ottimo». 

Era a Campobasso, dove subì il tentativo di rapimento? 

«No, lei è stata un po' in tutta Italia. Non solo Campobasso. Firenze, Udine, Perugia, Pescara». 

Perché rinunciò alla protezione, nonostante il Consiglio di Stato le avesse dato ragione ribaltando la decisione del Tar? Per il suo spirito ribelle? 

«Quando mi disse "sono uscita dal programma, venite a prendermi perché non voglio stare più qua", io e mio marito siamo saliti a prenderla. "Non mi fido", diceva. Non la facevano lavorare perché aveva ancora i documenti con la sua identità, con quelli non poteva andare da nessuna parte». 

Il gip di Milano, nell'ordinanza relativa agli arresti dei Cosco, scriveva che Lea fu ingenua ad accettare di andare a Milano, dove poi scomparì. Perché dopo poco tempo dalla fuoriuscita dalla protezione e dopo aver subito un tentativo di rapimento andò da Cosco? 

«Le era stato offerto di rientrare nel programma di protezione dopo il tentato rapimento. Ricordo che mi chiamò dalla Questura di Campobasso. «Vogliono darmi il programma, tu cosa dici?". Io risposi: "Devi decidere tu, è la tua vita. Meglio che ci vai, così sarai al sicuro". Ma lei disse no. "Denise non vuole fare 'sta vita chiusa e io senza Denise non vado da nessuna parte". Mi chiamò la sera e mi comunicò che aveva rifiutato perché Denise non voleva andare. La andammo a prendere. Si stabilì qui, a Pagliarelle, nell'abitazione soprastante quella di mia madre, che le dava i soldi per la spesa. La casa era nostra e non aveva altre spese. Un giorno mi disse che doveva andare a un processo a Firenze, voleva che l'accompagnassi alla stazione. Io le feci presente che era rischioso. Mi opposi. Ma lei era ostinata. "Non siete mai disponibili, trovo un amico e mi faccio accompagnare". Allora la accompagnammo. Pensavo che sarebbe tornata il giorno dopo, invece il giorno dopo chiamai Denise e ho saputo che erano a Milano. Mi sono arrabbiata. "Cosa fate lì?". E lei: "Non ti preoccupare, quando sono con Denise non mi succede nulla". Mi dava sempre questa risposta, come se la sua protezione fosse Denise». 

Cosa ricorda della sera tra il 24 e il 25 novembre 2009?

«Mi ha chiamato intorno alle 18,30 ma non riuscii a rispondere. Non mi trovavo a casa, il cellulare non prendeva la linea. Quando tornai a casa, richiamai ma lei non rispondeva più». 

Il ricordo più bello di Lea? 

«Quello che rimane impresso, non solo a me ma a tutti quelli che la conoscevano, è la sua risata coinvolgente. Era sempre solare. Di bello, mi ricordo la sera del compleanno di mio figlio che compiva 18 anni. Si è divertita tanto, era da tempo che non la vedevo così. L'ho vista perfino ballare. Quando era a Pagliarelle non usciva neanche di casa». 

C'era una vigilanza? 

«No, dopo ho saputo che erano state fatte intercettazioni ambientali in casa. Ma lei era un tipo diffidente. Tranne che a noi della famiglia, non apriva la porta a nessuno, addirittura non si fidava nemmeno delle sue amiche». 

C'è un'altra donna dei Cosco, Renata, detta Renè, la donna di Giuseppe, che, a differenza di Lea, che ha denunciato e ha pagato con la vita, era pienamente coinvolta nei traffici, come emerge da un'inchiesta. Due profili opposti. 

«Mia sorella era una persona onesta e non avrebbe fatto mai nulla di simile. Non si sarebbe mai fatta coinvolgere in alcuna cosa che non fosse legale». 

Dopo la scomparsa della madre, Denise per un certo periodo ha frequentato l'istituto alberghiero di Le Castella; veniva accompagnata in classe dalla scorta? 

«Le era stato proposto ma ha rifiutato. La scomparsa era già avvenuta. Ho insistito io perché andasse a scuola. Prima frequentava il liceo linguistico di Mesoraca, ma dopo pochi giorni mi disse che non ci voleva andare più perché si sentiva osservata. "Raccontano tutti la storia di mia mamma". E questo le dava fastidio. Ma io la invitai ad andare a scuola, anche perché uscisse di casa e avesse contatti con i suoi coetanei. La scorta non la volle perché non le sarebbe toccata solo per la scuola ma anche per quando usciva, e firmò una rinuncia. Poi però è rientrata nella protezione. Dopo gli arresti, le istituzioni l'hanno prelevata». 

Dove si trovava? 

«Era nella pizzeria dei Cosco, ci lavorava. Poi quella pizzeria è stata chiusa». 

Il giorno del blitz dov'era Denise? 

«Era con Carmine Venturino, il suo ragazzo, quando fu arrestato. Erano a Botricello. Dopo gli arresti, l'ho vista solo quella mattina. Le dissi: "rimani qua un po' di giorni, poi ne parliamo". Ma lei stava partendo, non so dove voleva andare, invece poi fu fermata; il maresciallo mi disse: "l'abbiamo bloccata e adesso è sotto protezione"». 

L'ha sentita dopo la sentenza? 

«No, non ci siamo viste neanche quando sono andata al processo, c'era questo paravento. C'è bisogno di una richiesta tramite l'avvocato. Ma ora che hanno anche tolto la patria potestà al padre, e ha solo noi, un familiare non ha diritto di vederla almeno una volta all'anno? Il prefetto non mi ha dato ancora una risposta, né positiva né negativa». 

Ha delle foto di Lea in casa? 

«Sì, prima ne avevo molte di più, sono venuti dal Ministero a prendere le cose di Denise dopo la sentenza, mia nipote voleva le foto. Ecco, qui è al mare, di recente era così, negli ultimi anni portava i capelli più corti. Qui era a Bergamo, ha fatto pure un'esperienza di paracadutismo. A Bergamo sono stati i suoi anni più belli». 

Perché? 

«Là ha conosciuto madre Grata, la superiora delle orsoline, che la trattava come una figlia. Prima che accadesse questa tragedia, le mandò un messaggio. "Lei per me è stata più di una mamma e se dovessi morire vorrei essere sepolta a Bergamo". La suora stessa mi lesse questo messaggio e mi disse: "me ne ricorderò sempre"». 

Che libri leggeva? 

«Leggeva tanto, perché a casa abbiamo centinaia di libri. Le piaceva la storia di Impastato, quella di Falcone, leggeva Saviano, leggeva anche il codice penale. Le piaceva molto la psicologia. Sui i suoi libri sottolineava le parole che non conosceva, e se le andava a cercare sul vocabolario. Il fatto di non aver proseguito gli studi le pesava tantissimo, tra l'altro era molto brava a scuola». 

Le piaceva la musica? 

«La sua musica preferita era quella di De Andrè. Aveva tutta la collezione. Quando era qui mi diceva: "prendi quel giornale che c'è il cd di De Andrè"». 

Ma che ha trovato in Cosco una così? 

«Lei era buona d'animo, dava alle persone la possibilità di cambiare. Ci credeva se lui le diceva che era pentito e voleva cambiare vita». 

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