Salta al contenuto principale

Morte dopo il parto
a giudizio quattro medici

Calabria

Tempo di lettura: 
2 minuti 23 secondi

SONO stati rinviati a giudizio con l’accusa di aver causato, il 28 giugno del 2011, la morte di Caterina Loria, di San Giovanni in Fiore. La giovane - come si ricorderà - perse la vita sette giorni dopo aver dato alla luce, col cesareo, una bimba. La decisione del gup Livio Cristofano, del tribunale di Cosenza, è delle 13 di ieri e riguarda quattro medici in servizio presso l’Unità operativa complessa di Ginecologia e Ostetricia dell’ospedale civile dell’Annunziata. Si tratta di Attilio Forte, Andrea Bilotti, Maria Patrizia Romano e del primario Pasquale Pirillo. Sono stati tutti e quattro rinviati a giudizio con l’accusa di omicidio colposo, col processo che è stato fissato per il prossimo 9 ottobre, dinanzi al giudice Lo Feudo. Difesi dagli avvocati Giancarlo Gentile, Franco Locco,  Nicola Carratelli, Pierluca Bonofiglio e Vito Florio, sono stati chiamati in causa perchè “per negligenza, imprudenza e imperizie, consistite nella prestazione di una inadeguata assistenza clinica, cagionavano  la morte di Caterina Loria, intervenuta per tromboembolia massiva del ramo principale dell’arteria polmonare, con tromboembolizzazione diffusa del suo letto vascolare, associata a microinfarti emorragici polmonari, secondaria a tromboflebite della vena safena interna sinistra, insorta nel decorso post-operatorio in soggetto sottoposto a taglio cesareo”. Secondo il pm Di Maio i quattro medici, “in presenza di una sintomatologia dolorosa acuta a carico della caviglia sinistra e del polpaccio sinistro, insorta successivamente all’espletamento del parto avvenuto (in data 21 giugno 2011) mediante taglio cesareo e quindi nella fase immediatamente post-operatoria, nel corso delle giornate del 22, 23 e 24 giugno, allorchè la paziente era ospedalizzata, omettevano di valorizzare adeguatamente tale sintomo e quindi di effettuare le necessarie valutazioni cliniche proprie dell’esame obiettivo locale, non attivandosi - secondo la metodologia propria della diagnostica differenziale - per individuare le possibili cause del dolore e quindi pervenire, per tale via, alla definizione della diagnosi”. I medici sotto accusa non avrebbero poi, e sempre secondo il pm, fatto ricorso alla valutazione e alla consulenza specialistica dell’angiologo o del chirurgo vascolare e neanche avviato la diagnostica strumentale tramite esame doppler “al fine di formulare tempestivamente la diagnosi di trombosi dell’asse venoso dell’arto inferiore sinistro”. Nell’immediatezza la giovane madre fu portata all’ospedale di San Giovanni, e poi trasferita a Cosenza. 

Nel corso dell’udienza preliminare sono emerse delle discordanze. I familiari e gli amici della vittima hanno infatti riferito che Caterina Loria si era lamentata con i medici, senza però ricevere risposte in merito, di quel dolore al polpaccio. La compagna di stanza della donna, così come alcuni infermieri, hanno invece detto che non si era mai lamentata. Discordanze che per lo stesso gup necessitano di un vaglio dibattimentale per verificare la veridicità di tali testimonianze.

Ti sei ricordato di condividerlo con i tuoi amici?