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Clan Lo Bianco-Barba
La Cassazione conferma le pene

Calabria

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VIBO VALENTIA - Si chiude dopo sette anni l’iter giudiziario per le sei persone appartenenti al clan Lo Bianco-Barba imputate nel processo  che vedeva parte offesa il fotografo e testimone di giustizia Nello Ruello. La Suprema corte di Cassazione ha, infatti, confermato le condanne per gli imputati emesse in secondo grado. Solo nel caso di Carmelo lo Bianco è stata rideterminata la pena, per un errore nel conteggio della stessa, a 5
anni e 4 mesi di reclusione a fronte dei 7 inflittigli nell’Appello. A parte questo, restano confermate le condanne a carico degli altri imputati nel procedimento penale per un totale di 17 anni e mezzo. Finisce, così, il processo denominato “Flash” che ha riconosciuto colpevoli oltre a Carmelo Lo Bianco, il figlio Paolo (2 anni e 4.000 euro; 5 anni e 7.000 euro in primo grado); Vincenzo Barba (4 anni e 600 euro; 4 anni e 6 mesi nel giudizio precedente); Paolo Carchedi (2 anni e 4.000 euro; 3 anni in primo grado); e Gregorio Ruffa (1 anni e sei mesi e 3.000 euro; 4 anni e 6.000 euro nel precedente grado di giudizio. Condanna confermata anche per Giovanni Franzé verso cui giudici dell’Appello, in accoglimento delle richieste avanzate al termine dell’arringa dal suo legale  avevano dichiarato il non doversi a procedere per il reato di usura, per intervenuta prescrizione, rideterminando la pena a titolo di continuazione con i reati oggetto della sentenza di primo grado pronunciata dal Tribunale di Vibo, in sei mesi e 3000 euro di multa. Motivo, questo, che aveva spinto il legale a presentare ricorso, unitamente ai colleghi difensori degli altri imputati. Oggetto del procedimento penale denominato “Flash” in riferimento alla professione di fotografo della parte offesa, episodi, come detto, di estorsione ed usura commessi in danno del testimone di giustizia in un arco temporale compreso tra il 1992 fino al 2005 quando, a causa dell'imponente giro d'usura, il Tribunale di Vibo Valentia aveva pronunciato la sentenza di fallimento della sua attività. L’inchiesta era scattata, nella sua fase operativa, il 14 marzo del 2005, con l'emissione di nove ordinanze di custodia cautelare per i reati, aggravati dalle modalità mafiose, di usura e tentata estorsione a seguito di un’attività investigativa condotta dalla Guardia di Finanza di Vibo Valentia. Il 4 maggio 2007 il Tribunale di Vibo al termine del processo di primo grado, aveva condannato sei imputati, mentre altri tre (Orlando Di Renzo, Francesco Barba e Mariano Fiamingo) avevano optato per l'abbreviato e per il patteggiamento. La sentenza di primo grado era stata poi riformata dalla Corte d'Appello di Catanzaro, l'11 luglio 2008, ma la Cassazione aveva annullato con rinvio nuovamente all'Appello, motivando la decisione con il fatto che le doglianze delle difese non erano state adeguatamente affrontate dai giudici di secondo grado i quali, in pratica, si erano limitati a rivedere al ribasso la sentenza dell’organo collegiale vibonese riprendendone le motivazioni. Adesso, la sentenza degli “ermellini” chiude definitivamente la vicenda giudiziaria.

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