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"Le istituzioni ci hanno lasciati soli"
La denuncia del ragazzo gay pestato a Reggio

Calabria

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«Ci era stato promesso che questo fascismo sessista, volgare, sanguinario, squadrista e omofobico non avrebbe più trovato quartiere in Calabria, mai più a Reggio. Il sindaco e i suoi assessori promettevano incontri, tavole rotonde, solidarietà non solo mediatiche quanto sostanziali e fattuali. Parlamentari si erano espressi a sostegno di ciò, movimenti, il popolo di facebook e di twitter, tutti illusi in un cambiamento possibile, in un nuovo rinascimento non più tollerante ma integrante, dove la diversità non dovesse essere ipocritamente sopportata ma voluta, sposata e benedetta come fonte di contaminazione e dunque di crescita e di scambio». È un passaggio della lettera scritta da Claudio Toscano, il giovane gay di 28 anni, prima aggredito e malmenato lo scorso 14 aprile a Reggio Calabria per strada e poi umiliato da un infermiere in ospedale dove era andato per ricevere le prime cure.   A distanza di un mese da quei fatti, però, Toscano manifesta amarezza. «Volevamo rivendicare il diritto ad essere felici - prosegue Toscano – a non aver paura di essere ciò che siamo, di amare un altro uomo come noi, di amarlo non già in ragione del suo genere ma del cuore. Chiedevamo che le istituzioni ci tutelassero e ci riconoscessero un diritto all’amore, al non dover temere di afferrare la mano del nostro compagno da uomini liberi, di essere fieramente non più omosessuali ma omosentimentali. E il sindaco e gli assessori e la giunta regionale e lo stato, tutti si erano impegnati in ciò, spendendosi in una solidarietà tanto abbronzata e sorridente quanto quella che si ottiene sotto la luce dei riflettori ma tanto finta quanto il silenzio che ci ha circondato dopo il clamore della violenza e dell’offesa. Il sindaco di Reggio Calabria latita, la giunta regionale e il suo ineffabile governatore non proferiscono più parole, ammesso che l’avessero saputo fare, contro l’omofobia, contro la violenza che violenta, questa sì, la natura, contro la barbarie figlia della cultura dei campi di concentramento dove centinaia di migliaia di fratelli omosessuali e sorelle lesbiche hanno visto sfumare dentro il fumo passato per il camino della violenza e della crudele sadica follia tutti i loro sogni, tutta la loro carne, tutta la loro vita».

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