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L'esponente della "cosca delle montagne"
decide di parlare e gli bruciano la casa

Calabria

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LAMEZIA TERME  - L’abitazione di Rosario Cappello, ritenuto esponente della «cosca della montagna» delle famiglie Cappello –Arcieri, è stata data alle fiamme nella notte fra domenica e lunedì. L’abitazione, una villetta situata nell’area parte alta città, contrada Serra – Annunziata, è disabitata dal mese di novembre scorso dopo che Rosario Cappello e la sua famiglia hanno lasciato la città per via della decisione di  Saverio Cappello, figlio di Rosario, di collaborare con la giustizia. E pare che anche Rosario avrebbe deciso di pentirsi seguendo appunto la scelta del figlio (anche se su questi aspetti c’è il massimo riserbo da parte degli inquirenti). 

Quello che appare certo in ogni caso è che i carabinieri avrebbero accertato che  l’incendio è stato provocato da qualcuno che ha cosparso di benzina l’ingresso dall’abitazione per poi dargli fuoco. Un episodio quindi ancora tutto da inquadrare, anche se la pista privilegiata è quella riconducibile alla decisione di collaborare con la Dda di Catanzaro da parte di Saverio Cappello (che abitava nella stessa casa incendiata) e pare anche del padre Rosario. 

Saverio Cappello starebbe collaborando la procura antimafia di Catanzaro ma anche di Milano dopo essere stato arrestato a luglio del 2010 in Lombardia (ma Cappello fu arrestato dopo qualche giorno visto che si rese irreperibile costituendosi poi a Vigevano) nel filone milanese dell’operazione “Il crimine” sfociata in una maxi retata fra la Calabria e la Lombarda. Saverio Cappello  avrebbe infatti deciso di collaborare con la giustizia tant’è che i familiari lasciarono la città della Piana subito dopo. I Cappello sono ritenuti esponenti della «cosca della montagna», i Cappello – Arcieri, che risultano affiliati ai Giampà. E che Saverio Cappello fosse collegato ai Giampà risultò proprio dall’inchiesta “Il crimine”. Saverio Cappello infatti finì in manette insieme al cugino Giuseppe. Due giovani ritenuti «picciotti» delle famiglie di ‘ndrangheta che a luglio del 2010 furono coinvolti nella retata milanese. Nella maxi inchiesta erano emersi infatti i collegamenti fra la cosca capeggiata da Antonio  Stagno, capo del locale di Seregno, e quella dei Giampà di Lamezia.

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