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I segreti svelati da Giuseppina Pesce: affari delle cosche tra appalti e pizzo. Morti nascosti nel cimitero di Rosarno

Calabria

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E' STATA dedicata alla descrizione degli affari della cosca Pesce la deposizione che ha fatto oggi la pentita Giuseppina Pesce nel corso dell’udienza del processo All Inside svoltasi a Roma nell’aula bunker del carcere di Rebibbia ai componenti del gruppo criminale di Rosarno.   La cosca Pesce, secondo quanto ha affermato la pentita rispondendo alle domande del pm, Alessandra Cerreti, trae enormi guadagni dal controllo degli appalti per l’ammodernamento dell’A3 nel tratto che attraversa la Piana di Gioia Tauro per quanto riguarda, in particolare, i lavori di movimento terra. In più, ha riferito ancora la pentita, ci sono le estorsioni:  « Non c'è un negozio o un’impresa di Rosarno – ha detto Giuseppina Pesce – che non paga il pizzo. A meno che non sia di proprietà di nostri parenti».   La pentita ha riferito delle disposizioni che vengono dettate dai capi della cosca detenuti attraverso colloqui con parenti che si spacciano come loro familiari grazie a falsi certificati di parentela che sono stati rilasciati dal 2006 e fino al 2011 dal Comune di Rosarno.   

Giuseppina Pesce ha parlato anche di come la cosca riuscisse a nascondere i cadaveri delle persone uccise e fatte sparire nel cimitero di Rosarno minacciando i dipendenti. «I corpi di mio nonno Angelo e di mia zia Annunziata – ha detto la pentita -, uccisi entrambi per punizione perchè avevano relazioni extraconiugali, in realtà non sono stati portati lontano da Rosarno. Si sono sempre trovati nel cimitero del paese in loculi senza nome dove venivano tumulati di notte».   Un ultimo riferimento la pentita l’ha fatto al giro di carte di credito clonate gestito dalla cosca. «Carte - ha detto - intestate a clienti statunitensi che le hanno utilizzate in alberghi e ristoranti della Lombardia. Ne ho avuto una anch’io e l'ho usata un paio di volte prima che il titolare la revocasse dopo avere notato spese che non aveva effettuato». 

Al termine dell'udienza anche attimi di tensione quando il boss Salvatore Pesce, padre di Giuseppina Pesce, rivolto al pm, Alessandra Cerreti ha chiesto: «Lei ha commesso un abuso facendo arrestare mia moglie e mia figlia Marina. E adesso cosa vuole fare? Le vuole vedere morte?». La moglie di Pesce, Angela Ferraro, e la figlia Marina furono arrestate in Lombardia, su richiesta del pm Cerreti, nell’aprile del 2011 con l’accusa di essere affiliate alla cosca.   Salvatore Pesce, quando l’udienza era nella fase conclusiva, ha chiesto di fare dichiarazioni spontanee e si è rivolto al pm Cerreti sostenendo che «quello della moglie e della figlia è stato un arresto illecito. Lei è andata fino a Milano per minacciarle. Per quanto mi riguarda, sono detenuto al 41 bis e di questo la ringrazio. In realtà lei abusa del suo ufficio».   Il pm ha chiesto l’acquisizione del verbale delle dichiarazioni di Salvatore Pesce perchè possa trasmetterlo alla Procura della Repubblica di Roma per valutare l’eventuale rilevanza penale delle affermazioni del boss. 

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