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Tripodi: «Da Nino Lo Giudice solo calunnie»

Calabria

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«In questi giorni è stata rimestata dalla spazzatura una vecchia dichiarazione, già assorta alle cronache giornalistiche addirittura nell’estate del 2011, del calunniatore Antonino Lo Giudice». Lo afferma in una nota l’esponente politico del Pdci, Michelangelo Tripodi, circa le affermazioni fatte dal collaboratore di giustizia Antonino Lo Giudice.   Lo Giudice, nel verbale delle sue dichiarazioni all’inizio della collaborazione, aveva fatto riferimento ad un presunto appoggio elettorale nei confronti di Michelangelo Tripodi.   «Le dichiarazioni calunniose, diffamatorie e indegne - aggiunge Tripodi – rilasciate da Lo Giudice, che per quanto mi riguarda sono totalmente false e prive di qualsiasi fondamento, farebbero riferimento ad una richiesta, giunta allo stesso da parte di tali Canzonieri Donatello e Monorchio Antonio, di votare il sottoscritto alle elezioni comunali: indicazione che il calunniatore Lo Giudice afferma di non avere esaudito. Inoltre, lo stesso Lo Giudice nel fare riferimento alla mia persona afferma che sarei quel personaggio che abita dove c'è il bar di Ficara Domenico, sotto l’ex caffè Mauro, vale a dire nel quartiere Tre Mulini. Intanto, onde evitare qualsiasi equivoco di sorta, con grande orgoglio desidero evidenziare che non conosco, nè ho mai conosciuto il calunniatore Lo Giudice e i suoi sodali Canzonieri e Monorchio. Inoltre, come noto, non sono stato affatto candidato alle elezioni comunali e, come se non bastasse, abito ininterrottamente da oltre 49 anni nel quartiere Sbarre».   «Insomma, si tratta – prosegue – di una bufala, per quanto avvelenata, di proporzioni enormi e macroscopiche. Una montagna di calunnie e di diffamazioni che già lo scorso anno, quando le medesime dichiarazioni di Lo Giudice furono pubblicate da un settimanale calabrese, ho provveduto a smascherare con chiarezza e semplicità. Infatti, ho, formalmente ed immediatamente, chiesto gli atti in questione al Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria dott. Giuseppe Pignatone e, contestualmente, ho chiesto ed ottenuto un incontro ufficiale con lo stesso Procuratore per chiedere conto e spiegazioni di questa vicenda assolutamente incredibile. Sono stato ricevuto nell’agosto 2011, qualche giorno prima delle ferie estive, dal Dott. Pignatone, insieme all’avv. Lorenzo Fascì, presso gli uffici della Procura».   Tripodi evidenzia inoltre che «in quella sede ho esposto la mia ferma protesta per le vergognose e false dichiarazioni del Lo Giudice, facendo presente che, viste queste circostanze, si stava correndo il rischio concreto di trasformare la vicenda reggina, caratterizzata da una presenza e uno strapotere assoluto ed asfissiante della 'ndrangheta, in una paradossale situazione di gattopardesca memoria nella quale tutto è mafia e niente è mafia: un grande polverone che rende tutti uguali, senza alcuna distinzione. Di fronte alle mie rimostranze, supportate da fatti precisi ed incontestabili, il dott. Pignatone ci informò che in vista del medesimo incontro aveva chiesto agli uffici una verifica riguardo le dichiarazioni del Lo Giudice circa la mia persona e che era in grado di potermi formalmente comunicare, a seguito di una specifica informativa ricevuta da parte del dott. Renato Cortese, Dirigente della Squadra Mobile di Reggio Calabria, che nelle dichiarazioni di Lo Giudice c'era stato un 'evidente errore e scambio di personà, che si trattava di uno 'schizzo di fangò e che si scusava anche a nome dei colleghi per questa incresciosa vicenda».   «Una cosa è certa – conclude – non mi faccio intimidire. Questa vicenda, tutta da chiarire e decifrare, non mi farà arretrare di un millimetro nel mio impegno nella lotta contro la 'ndrangheta e le organizzazioni mafiose che infestano minacciosamente il nostro territorio».

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