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"Mio marito non è un capo di un potente clan". La moglie di Fabio Bruni ribatte al pentito

Calabria

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COSENZA - «Fabio non è un boss. E’ una persona che sta pagando per i suoi errori, ma considerarlo un capo di un potente clan mi sembra davvero il colmo. Volete sapere come vive questa potente famiglia di mafiosi? Con grossi sacrifici, io personalmente con 500 euro al mese, e con una tristezza infinita nell’anima per le ingiustizie e i tanti lutti subiti nel corso degli anni...». Emanuela Pagliuso rompe il silenzio per prendere le difese del marito Fabio Bruni: «Galdi - dice al “Quotidiano” - ha riferito il falso. Ha raccontato che l’investitura di mio marito a nuovo padrino fu fatta nel carcere di Cosenza, dove era stato trasferito da Voghera per prendere parte ai funerali del fratello Michele. Ebbene, è risaputo che a Fabio era interdetto il carcere di via Popilia. E così fu ristretto in quello di Rossano». La signora Pagliuso produce a tal proposito un “certificato di detenzione con relativa movimentazione” che, firmato dal dirigente Carrà, dimostra che, effettivamente, Fabio Bruni dal 22 giugno al 27 luglio è rimasto recluso nel carcere jonico. Il collaboratore di giustizia Francesco Galdi, detto “il dottore”, lo scorso ottobre aveva invece riferito di aver appreso da tale Paolo Lentini, di Isola Capo Rizzuto,  che nel carcere di Cosenza, poco dopo la morte del fratello Michele, era arrivato Fabio Bruni e che in quella occasione gli venne dato “il padrino”. 

All’investitura avrebbero partecipato, sempre a detta di Galdi, «Daniele Lamanna, forse anche Luca Bruni, Lentini, esponente del gruppo Arena di Crotone. Questo - ha precisato sempre il collaboratore di giustizia alla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro - è avvenuto subito dopo la morte di Michele Bruni. Basta guardare il certificato di detenzione per rendersi conto che Galdi dice il falso. Qui ci deve essere per forza qualcuno che ce l’ha con noi. L’ennesima ingiustizia contro una famiglia che a tutti i costi è stata descritta come mafiosa. La verità è che la nostra vita è una sofferenza continua. Con noi nel letto ci sono i bambini, che sono tutti orfani. Ancora non so quando mio figlio potrà vedere il padre. Viviamo per le ore di visita in carcere e per i 10 minuti alla settimana di telefonata. In tutti questi anni di indagini non hanno trovato mai nulla, mai abbiamo subito un sequestro, anche perchè nulla c’era da sequestrare. Abbiamo solo subito lutti, quello di mio suocero Francesco, di mio cognato Francesco junior, di Michele. Poi la scomparsa di Luca. Per non parlare delle ultime incredibili condanne, quella di Fabio a 20 anni a “Telesis”, e quella di Pasquale a 21 anni all’Appello di “Missing”». 

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