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Rosanna, la donna che ha denunciato il clan
nella Lamezia «assoggettata» ai Giampà

Calabria

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LAMEZIA TERME - Le donne avevano  un ruolo determinante nel clan. Le donne della famiglia rappresentavano il «collante» tra i boss detenuti e gli affiliati liberi, ai quali venivano impartite le direttive dei capi. Questo emerge dall'operazione “Medusa” contro il clan Giampà che ha portato all'arresto di 36 esponenti della cosca, fra boss e affiliati. Tra cui appunto molte donne.  Fra queste poteva esserci anche Rosanna Notarianni. Ma la sua storia è diversa. E' stato il suo coraggio infatti a svelare che, invece, ci sono donne delle famiglie di 'ndrangheta che dicono di no alla famiglia, in questo caso ai fratelli, finiti in manette perché affiliati ai Giampà, famiglia alla quale gli investigatori che hanno condotto l'inchiesta "Medusa" hanno dichiarato che la città è «assoggettata». Uno dei fratelli di Rosanna Notarianni, Aldo (che di recente è stato condannato all'ergastolo in primo grado poiché è accusato di essere stato il killer del giovane Roberto Amendola, ucciso e bruciato nell'auto a novembre del 2008) era uno dei cinque componenti della “commissione” della cosca.  Rosanna due anni fa ha detto no collaborando con la giustizia seguendo la decisione del marito. Il gip nell'ordinanza di custodia cautelale scrive che «la collaboratrice è sorella di Aldo e degli altri fratelli Notarianni ed ha vissuto a stretto  contatto con la famiglia di origine anche successivamente al matrimonio contratto con Giuseppe Angotti. Per tale ragione, è a conoscenza delle dinamiche e vicende che hanno caratterizzato la sua famiglia  d'origine, nonché dei rapporti dei Notarianni con i Giampà e di vari fatti di natura illecita commessi al suo interno». 

Rosanna ha quindi deciso di collaborare con la giustizia in quanto la situazione venutasi a creare nella sua famiglia di origine, all'indomani dell'analoga precedente decisione del marito, e  ancor di più dopo gli arresti dei fratelli Aldo e Aurelio per l'omicidio di Amendola Roberto, era divenuta per lei insostenibile. «In particolare, - scrive il gip - i suoi familiari addossavano la responsabilità di quegli  arresti al marito Giuseppe Angotti e, in ragione di ciò, avanzavano propositi minacciosi anche nei  confronti dei suoi figli».  Quando inizia la sua collaborazione con la giustizia, Rosanna racconta di «non riuscire più a sostenere la situazione che si è venuta a creare in  conseguenza alla decisione di mio marito di collaborare con la giustizia». Racconta ai magistrati antimafia di essere stata ricoverata in ospedale «per aver assunto delle gocce in quanto mi trovavo in uno stato di stanchezza psicologica perché la mia famiglia di origine non aveva condiviso il percorso religioso che all'epoca avevo iniziato anche con mio marito». E dopo aver appreso che il marito si era allontanato con i figli in quanto era diventato collaboratore di giustizia, Rosanna racconta che i suoi familiari «mi hanno imposto di troncare la relazione con mio marito e i miei figli. Mi dicevano di dare tutti i figli a mio marito perché erano destinati a   finire in un tombino». 

Racconta anche delle minacce ricevute con «il danneggiamento dei vestiti di mio  figlio che avevo lasciato stesi fuori ad asciugare. In un'altra occasione ho rinvenuto dei proiettili sul balcone  della mia stanza da letto e su quella di mia figlia, quando andavo a fare visita a mia sorella Giovanna indossava una maglia nera, e mi diceva che la mia strada non era quella insieme a mio marito, altrimenti mi  diceva avrei perso mio figlio e mi sarei vestita anche io a lutto». Poi la decisione di collaborare «per quello che so e voglio esternare tutto quello che ho dentro e che ho mantenuto  dentro fin da quando ero piccola».

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