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Palmi, in carcere per tangenti sui lavori dell'A3
quattro persone coinvolte nell'inchiesta del 2010

Calabria

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REGGIO CALABRIA – Dalla prime ore di questa mattina è in corso a Palmi un blitz della poliziaper l’esecuzione di 4 ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal gip distrettuale di Reggio Calabria su richiesta della Dda, contro altrettanti soggetti ritenuti responsabili di partecipazione all’associazione mafiosa 'ndrangheta nella sua articolazione territoriale denominata cosca Gallico. I quattro erano stati coinvolti nell’inchiesta “Cosa mia" contro le cosche della zona di Palmi.

Tra le persone arrestate due imprenditori, ritenuti punto di riferimento della cosca.   Sono i fratelli Antonio e Roberto Ficarra, rispettivamente di 47 e 35 anni. Insieme a loro, sono finiti in manette Vincenzo e Rosario Sgrò. Per tutti esecuzione di un provvedimento del gip dopo essere stati condannati dal gup, il 10 gennaio scorso, ad otto anni di reclusione per associazione mafiosa al termine del processo «Cosa mia», incentrato sulle infiltrazioni delle cosche nei lavori di ammodernamento dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria.  

 In particolare, l’azienda dei fratelli Ficarra, secondo quanto emerso nel corso dell’indagine, riusciva ad ottenere subappalti dei lavori o comunque ad aggiudicarsi con metodo mafioso numerosi altri contratti di appalto nel comune di Palmi, ponendosi così al servizio dell’associazione per la realizzazione dei suoi interessi.   All’epoca dell’operazione «Cosa mia», nel giugno del 2010, il gip non aveva accolto la richiesta di custodia cautelare nei confronti di Vincenzo Sgrò, mentre gli altri tre erano stati scarcerati per l’annullamento per motivi formali dell’ordinanza da parte della Cassazione.   L’inchiesta «Cosa Mia» aveva portato alla luce le varie attività criminali dei clan Gallico-Morgante-Sgrò-Sciglitano del «locale» di Palmi, e dei Bruzzise-Parrello del «locale» di Barritteri e Seminara. In particolare si trattava di una serie di tangenti per i lavori sulla A3, omicidi ed estorsioni.   Le indagini evidenziarono che alle imprese impegnate nei lavori veniva chiesto una tangente del 3% sul capitolato d’appalto, chiamata poi la «tassa ambientale» e che sarebbe stato il vecchio boss Umberto Bellocco a stabilire chi avesse diritto a ricevere la tangente. Le cosche erano arrivate anche a imporre l’assunzione delle maestranze e si suddividevano la mazzetta in base alla «competenza» territoriale. I contrasti sorti tra tra le cosche per la suddivisione dei territori da controllare portarono anche alla «faida di Barritteri» che provocò numerosi morti tra il 2004 ed il 2006.

 

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