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Condanna a 24 anni per i Valle
Padre e figlio infiltrati nell'expo

Calabria

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«Delinquenti abituali» che, dopo aver scontato la pena, dovranno restare in una struttura penitenziaria a lavorare per tre anni. Sono Francesco Valle, anziano 'patriarca' di 74 anni, e suo figlio Fortunato, presunti boss della omonima cosca che per anni, secondo l’accusa, ha tenuto 'sotto scaccò, tra Milano e Pavia, tanti piccoli imprenditori con i classici metodi mafiosi: usura ed estorsioni. Oggi il Tribunale milanese li ha condannati entrambi a 24 anni di carcere e alla misura di sicurezza della 'casa lavoro' e ha inflitto altre 11 condanne, a pene comprese tra i 2 anni e 3 mesi e i 16 anni, al termine del dibattimento con al centro un clan che si era infiltrato anche nel tessuto politico e che puntava dritto ai lavori dell’Expo.   Il blitz contro i Valle scattò il primo luglio del 2010, pochi giorni prima di quella maxi-operazione chiamata 'Infinitò che tirò un colpo quasi 'mortalè alla 'ndrangheta in Lombardia, con oltre 170 arresti tra Milano e dintorni e 15 'localì quasi spazzate via. Gli arresti dei presunti affiliati alla cosca radicata tra Milano e Pavia furono dunque una sorta di 'antipastò, al quale sono seguite poi in questi due anni indagini 'a tappetò portate avanti dalla Dda milanese guidata da Ilda Boccassini e dai pm Paolo Storari e Alessandra Dolci.    Col primo blitz si scoprì che i Valle avevano in dotazione anche una sorta di «bunker», come scrisse il gip Giuseppe Gennari nella sua ordinanza: 'La Masseria', un ristorante a Cisliano, non lontano da Vigevano (Pavia), munito di telecamere, sensori e allarmi «in modo da impedire l’accesso a terzi e di prevenire qualunque intrusione da parte delle forze di polizia». Era nel bunker che il capostipite Francesco Valle riceveva, stando alle indagini, «i debitori», ossia più di una ventina di imprenditori e commercianti 'strozzatì dall’usura. Poi quelle intercettazioni in cui si parlava già dell’Expo. E dalle indagini era emerso che il clan avrebbe anche ottenuto le licenze per aprire «un mini casinò», una discoteca e anche attività di ristorazione» nel Comune di Pero (Milano), nell’ambito proprio di un progetto di riqualificazione di quelle aree «in virtù del prossimo Expo», e grazie “all’interessamento» di un assessore comunale di Pero. Infine, il 'salto di qualita» anche delle indagini, con il collegamento tra la famiglie Valle e Lampada – quest’ultima attiva nel business delle slot machine piazzate in molti bar di Milano – e l'emersione della cosiddetta 'zona grigià: gli arresti dei magistrati reggini (poi sospesi dal Csm) Vincenzo Giuseppe Giglio e Giancarlo Giusti, oltre a quelli del consigliere regionale calabrese, Francesco Morelli, e dell’avvocato Vincenzo Minasi. I processi a carico di questi presunti 'colletti bianchì e di altri affiliati sono ancora in corso. Oggi i giudici della settima sezione penale (presidente del collegio Michele Montingelli) hanno accolto, in sostanza, l'impianto accusatorio e hanno confiscato alla cosca anche beni per milioni di euro, tra case in Calabria e Lombardia, quote societarie e conti correnti. Poi la misura di sicurezza speciale della casa lavoro: a pena espiata, Francesco e Fortunato dovranno svolgere in regime di detenzione una qualche attività lavorativa, per 3 anni. «Da 25 anni cercano di sfuggire alla proprie responsabilità, con l’ammissione di un paio di episodi di usura», aveva affermato il pm Storari nella requisitoria. Per la figlia Angela Valle 15 anni e 6 mesi più la libertà vigilata, per Francesco Lampada 10 anni e per sua moglie Maria Valle 7 anni. Tre sono stati assolti dall’accusa di associazione a delinquere, condannati solo per altri reati e scarcerati, con tanto di lacrime in aula. È libero anche l’avvocato Luciano Lampugnani (cinque anni di condanna per lui), difeso dai legali Jacopo Pensa e Federico Papa. Un solo assolto da tutte le accuse, Alessandro Spagnuolo e assoluzioni anche per tutte le società che erano imputate per l’illecito amministrativo. Due sole le parti civili vittime di usura che hanno avuto il coraggio di costituirsi nel processo: hanno ottenuto risarcimenti da quasi 30 mila euro a testa. 

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