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Lavori sulla 106 e clan della locride
Cinque arresti e un imprenditore colluso

Calabria

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REGGIO CALABRIA - E' partita da un’intimidazione avvenuta nel 2008 per l’incendio di alcuni mezzi di un imprenditore di Locri risultato colluso e indagato per associazione esterna, l’inchiesta che ha portato la polizia di Reggio Calabria ad eseguire cinque ordinanze di custodia cautelare nei confronti di presunti affiliati alle cosche Cataldo di Locri, Bruzzese-Fuda-Andrianò di Grotteria e Alvaro di San Procopio responsabili, secondo l’accusa, di estorsioni negli appalti per i lavori di ammodernamento della strada statale 106.   In carcere a conclusione dell’inchiesta coordinata dalla Dda di Reggio Calabria, sono finiti, a vario titolo,per associazione mafiosa, estorsione e intestazione fittizia di beni, il boss di Locri Antonio Cataldo, alias «papuzzella» di 56 anni; Massimiliano e Francesco Salvatore Fuda; Roberto Musolino e Natale Licari. Carlo Parasporo, l’imprenditore oggetto dell’intimidazione, è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa perchè sebbene vittima di estorsione è risultato colluso con la 'ndrangheta per avere instaurato un rapporto di «protezione mafiosa» che gli consentiva, attraverso le relazioni con i Cataldo, opportunità di interlocuzione privilegiata con altri esponenti delle cosche operanti nel reggino.    Le indagini, avviate a seguito del danneggiamento dei mezzi dell’impresa Parasporo, impegnata nella realizzazione dei lavori della nuova Statale 106 appaltati dalla società Astaldi spa nel tratto Ardore – Marina di Gioiosa Ionica, hanno consentito di delineare uno scenario della realtà economico imprenditoriale della locride in cui opera anche la cosca della 'ndrangheta dei Cataldo. Gli investigatori hanno potuto così ricostruire, grazie a intercettazioni telefoniche e ambientali, il contesto in cui è avvenuto il danneggiamento nei confronti dell’impresa da parte delle cosche di Locri e Siderno e la geografia degli equilibri esistenti in quell'area. È emerso anche che subito l'attentato, pur avendo pagato il pizzo per circa seimila euro, Parasporo si è rivolto ai Cataldo ritenendo che l’episodio fosse da ricondurre all’opera della cosca Cordì storica rivale dei Cataldo. Malgrado la protezione di cui godeva l'imprenditore, oltre che da parte di Antonio Cataldo anche di Giuseppe Commisso, alias «u mastru», Parasporo ha dovuto ugualmente cedere alle richieste estorsive provenienti da organizzazioni mafiose attive in altri territori dove effettuava lavori come quelle avanzate dagli Alvaro-Licari di San Procopio, zona tirrenica, e dei Bruzzese-Andrianò-Fuda di Grotteria. In particolare viene citata la stipula di un contratto di noleggio di un escavatore con la ditta intestata fittiziamente a Roberto Musolino ma in realtà gestita da Massimiliano Fuda e l’assunzione di esponenti della cosca o di altri soggetti vicini. Anche così si è potuto appurare come le cosche mettevano le mani sui lavori di ammodernamento di alcuni tratti della strada statale 106.

 

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