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Caso Bergamini, nelle foto il giallo
dell'asfalto bagnato solo a tratti

Calabria

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CASTROVILLARI – La fotografia è uno strumento per occuparsi di cose che tutti conoscono ma alle quali non si bada, ha detto una volta il fotografo americano Emmet Gowin. Ed è probabile che il fotografo chiamato dai carabinieri di Roseto Capo Spulico al chilometro 401 della statale 106 jonica, la sera del 18 novembre 1989, per occuparsi di un incidente stradale, abbia ritenuto di avere a che fare con ciò che tutti conoscono: un giovane (che domani avrebbe compiuto 50 anni) finito sotto un camion, in una sera piovosa d’autunno. Senza sapere che in quelle sue foto è rimasto eternamente impresso anche ciò a cui nessuno ha mai badato. Forse.

Una quindicina di fotogrammi, anche ben fatti, scattati per essere allegati ai verbali di quel sinistro; ma finiti poi anche nel fascicolo del processo per omicidio colposo a carico dell’autista di Rosarno che quella sera era alla guida dell’Iveco 180 carico di mandarini e diretto al mercato ortofrutticolo di Milano. Processo chiuso con l’assoluzione dell’autotrasportatore e con la convalida della versione del suicidio di Donato Bergamini, che però non ha mai convinto tutti; soprattutto i familiari e i tifosi del calciatore ferrarese che ha giocato nel Cosenza negli anni del sogno rossoblu. 

A guardarle e riguardarle – come avranno fatto i carabinieri del Ris di Messina che ci hanno lavorato sopra su incarico della procura di Castrovillari, dopo la riapertura dell’inchiesta – sorgono un sacco di domande. 

Pioveva, dunque; almeno mentre il fotografo scattava le sue foto. Mentre che piovesse da prima lo ha messo a verbale anche l’autista che per via della strada in discesa e per le pioggia – disse – andava molto piano in quel tratto di statale. 

Intanto la prima cosa che si nota è che, mentre il resto del manto stradale è scurito dalla pioggia, sotto l’automezzo è evidente una ampia chiazza di asfalto asciutto. Che significa?  Che il camion si è fermato in quel punto da prima che iniziasse a piovere? O almeno a piovere in modo più consistente? La conferma di questo fatto potrebbe arrivare dal fatto che anche il guard-rail, nel segmento corrispondente alla lunghezza del tir è asciutto, poiché protetto dalla pioggia che cade in modo obliquo. 

A ben guardare la foto sembrerebbe che ci sia la medesima chiazza di asfalto più asciutto anche vicino al corpo di Denis. C’era stato un altro veicolo parcheggiato fino a poco tempo prima? Magari la Maserati di Bergamini come avevano descritto i carabinieri nel loro verbale? Un verbale poi dimostratosi incoerente visto che nella prima parte la macchina del calciatore è ferma davanti al camion e poi – più avanti nel testo – viene trovata davanti a un bar di Roseto dove l’ex fidanzata di Denis, che era con lui al momento del fatto, è andata a telefonare per avvertire la famiglia e i compagni di squadra del “suicidio” del centrocampista? Forse.

Ma la stranezza più macroscopica riguarda il pantalone che il ventisettenne sportivo di Argenta indossava quella sera. Dalle foto si vede chiaramente che, nonostante la pioggia sia caduta abbastanza da bagnare tutto quello che c’è intorno al corpo, compreso il camion,  è ancora asciutto sul lato posteriore (quello esposto alla pioggia, giacché il corpo si trova disteso bocconi). Mentre è ben evidente che sul davanti – che invece è a contatto con il manto stradale – è inzuppato abbondantemente, soprattutto all’altezza delle ginocchia. Come mai? Il corpo era girato, faccia in su, come avrebbe confermato anche l’autopsia del medico legale Francesco Maria Avato, che ha parlato di sormontamento del cadavere? Oppure i pantaloni si sono bagnati alle ginocchia quando ancora Denis era vivo? Dalle indiscrezioni trapelate finora sul lavoro del Raggruppamento investigazioni scientifiche dei carabinieri, e dei medici legali Roberto Testi, criminalista all’Università di Torino e direttore della medicina legale dell’Asl del capoluogo piemontese, e Giorgio Bolino, docente presso Sapienza Università di Roma. Entrambe le perizie avrebbero infatti confermato quanto già scritto ventidue anni fa nella relazione del professore Francesco Maria Avato, il medico legale che effettuò l’autopsia sul corpo di Denis: l’Iveco 180 non avrebbe travolto il corpo del calciatore mentre si muoveva con la sua velocità di marcia, ma lo avrebbe “sormontato” adagio mentre era disteso sull’asfalto. Una descrizione che – impossibile negarlo – suggestiona lo spirito ed evoca (non è affatto detto che sia andata così!) l’immagine insopportabile di una manovra lenta.

Chissà a quali conclusioni arriverà, invece, l’inchiesta castrovillarese ormai quasi in scadenza di termini (salvo proroghe)?  Probabilmente diverse, visto che l’indagine giudiziaria è uno strumento per occuparsi di cose che in pochi conoscono ma alle quali molti badano.

 

 

 

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