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Il padrino parla e i clan di Lamezia tremano
Giampà collabora e spuntano i primi nomi

Calabria

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LAMEZIA TERME - Il 2000 è stato l'inizio della terza guerra di mafia. Ovvero la lotta fra clan una volta alleati ma poi divisi per il controllo del territorio, vendette, “traggiri” e sgarri.  Ma non tutti gli omicidi degli anni 2000 sono da collegare alla lotta fra cosche avverse. Gli omicidi firmati dalla mafia, infatti, anche se non tutti collegati fra loro, cominciarono il pomeriggio del 9 agosto 2000 nel quartiere Bella di Nicastro dove venne ucciso con quattro colpi di pistola al viso il carpentiere Vincenzo Montilla, che aveva 38 anni (con precedenti penali) in quel periodo era tornato a Lamezia Terme per le ferie in quanto risiedeva a Luino in provincia di Varese per motivi di lavoro. L'uomo venne ucciso a bruciapelo mentre era seduto su una panchina insieme ad altre persone nella piazzetta del quartiere Bella a nord di Nicastro. Di questo omicidio ha svelato killer e movente il pentito Rosario Cappello, il capo della cosca dei “muntagnari” che, prima di “saltare il fosso”, faceva parte della cupola del clan Giampà. Così come il figlio Saverio Cappello, killer spietato della cosca Giampà, anche lui collaboratore di giustizia come il padre. Anche grazie alle sue rivelazioni gli inquirenti della Dda di Catanzaro hanno inferto un duro colpo alla fine di giugno scorso al clan (boss e affiliati) dominante con al vertice il capostorico Francesco Giampà, “il professore” e cinque componenti della commissione ( o cupola), composta appunto da Rosario Cappello, Aldo Notarianni, Pasquale Giampà “mille lire” e Giuseppe Giampà, “il presidente”, (figlio del “professore”) di recente anche lui pentito, a conferma delle anticipazione del Quotidiano della Calabria. 

Il “padrino” del clan dal 2008 (da quando ha ricevuto l’investitura del padre Francesco, il boss che partecipava anche ai summit al santuario di Polsi) da quasi un mese ormai ha deciso di collaborare con la giustizia (qualche giorno fa infatti è stata notificata la revoca del mandato difensivo ai suoi ormai ex legali di fiducia, visto che Giuseppe Giampà sarà difeso dall'avvocato Raffaella Campana del foro di Potenza) e, di certo, visto il suo “grado criminale”, le sue dichiarazioni potrebbero infliggere un colpo fatale al clan capeggiato dal padre (al quale, insieme alla moglie e alle due figlie finite pure in carcere a giugno gli sarebbe stato “alleggerito” il regime carcerario oltre al trasferimento in istituti penitenziari adeguati nel garantire la loro protezione).

 

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