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Da Polistena al Modenese per chiedere il pizzo
Scoperte «intense relazioni» anche col Comune

Calabria

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MODENA – Avvertimenti con una testa di capretto lasciata sulle scale o bossoli di pistola accompagnati da un biglietto con la scritta "la prossima volta tocca a te", poi estorsioni agli imprenditori costretti a pagare il pizzo per avere protezione, ma anche incendi per impaurire e danneggiare chi osava ribellarsi.   Questo il modus operandi di un gruppo di calabresi con interessi nell’ambito immobiliare, ritenuto vicino alla 'ndrangheta, smantellato stamani dalla guardia di finanza con l«Operazione Teseo» a Serramazzoni, sull'Appennino modenese.   

Tre le persone arrestate, dodici quelle denunciate con accuse che variano da associazione a delinquere, turbativa d’asta, incendio ed estorsione. A capo del sodalizio è considerato R.B., soggiornante obbligato originario di Polistena, in provincia di Reggio Calabria, con diversi precedenti anche per estorsione e detenzione di armi da guerra. Il gruppo, come ricostruito dalle Fiamme Gialle, negli ultimi anni avrebbe agito riuscendo a ottenere appalti per oltre 2,7 milioni di euro dal Comune o attraverso una società partecipata. Secondo gli inquirenti, da tempo i vari componenti del sodalizio avevano «intense relazioni e cointessenze» con l’amministrazione comunale di Serramazzoni riuscendo ad avere agevolazioni e garanzie di trattamenti privilegiati. Le indagini hanno infatti preso spunto da quelle che hanno già portato ad indagare l’ex sindaco Luigi Ralenti e il suo successore, Sabina Fornari, eletto in maggio e dimessosi a luglio dopo che erano emerse le presunte irregolarità nell’assegnazione di lavori pubblici. L'ex capo dell’ufficio tecnico, Tagliazucchi, era stato arrestato dalla finanza dopo aver ricevuto un "acconto" di una tangente da un imprenditore ed è tornato in libertà a fine settembre. 

Come ricostruito dalla Finanza, l'organizzazione si avvaleva anche di una società calabrese formalmente in regola per perseguire i propri interessi e procedere poi con subappalti. Il gruppo condividevano gli utili ottenuti in modo illecito ma garantiva anche il proprio appoggio per risolvere controversie in cui erano coinvolti i collusi, come nella riscossione di crediti.   Tra gli episodi che hanno costellato le indagini c'è anche l'incendio doloso a un’abitazione, per un danno di oltre 150.000 euro. Poi, quello delle minacce nei confronti del gestore di un locale notturno, cui era stato richiesto il 12% degli incassi serali per avere protezione. In caso contrario, il gruppo avrebbe scatenato risse nel locale causandone la chiusura, oppure ne avrebbe incendiato l’interno. Alcuni dei membri dell’organizzazione sono risultati in possesso di armi da fuoco, pur non avendo alcuna licenza.

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