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Vita da schiava, tra calci e pugni
L'ex moglie accusa Ciccio Pesce

Calabria

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REGGIO CALABRIA - La faceva vivere come una schiava. La teneva chiusa in casa costretta a massicce dosi di schiaffoni e calci. E’ stata una vita d’inferno quella di Ilaria La Torre. Almeno fino a quando non ha deciso di tornarsene dai genitori e di lasciare il marito Francesco Pesce, figlio di Salvatore e fratello della collaboratrice di giustizia Giuseppina. Un uomo violento, l’ormai ex, che trattava la sua giovane compagna con metodi al limite della tortura fisica e psicologica. Un giogo da cui Ilaria si è liberata grazie all’ombrello protettivo dei genitori, e chiedendo l’annullamento del matrimonio. Ciccio Pesce, cugino del più noto “Ciccio testuni”, ha ricevuto in carcere l’ennesimo atto giudiziario dei magistrati reggini. 

Quelle botte, quelle segregazioni, la violenza cieca a cui sottoponeva Ilaria, gli sono stati contestati formalmente con un avviso conclusioni indagini che porta la firma dei pm Alessandra Cerreti e Giulia Pantano. Secondo l’accusa contro la ragazza, all’epoca minorenne, Ciccio Pesce, esercitava «poteri corrispondenti a quelli del diritto di proprietà, riducendola in uno stato di soggezione continuativa. Le contestazioni altro non sono che quanto affermato da Ilaria La Torre nel corso di un’udienza del processo “All Inside”. Interrogata dal pm Alessandra Cerreti, la ragazza ha raccontato la sua storia di ragazzina strappata via da casa a soli 16 anni. Con Ciccio Pesce si sentivano solo telefonicamente, i genitori non volevano. Lei però, ad un certo punto si lascia convincere a seguirlo. «Avevo paura», dirà in aula davanti ai giudici. E’ la classica «fuitina». Due giorni lontano da casa, poi il ritorno. Un mese ospite della sorella di Ciccio, Giuseppina, e altri due dai suoceri. Poi una casa in affitto. Un piccolo appartamento al terzo piano di un palazzotto di Rosarno. In quella casa, forse, Ilaria si rende conto di chi sia l’uomo che gli vive accanto. Poco più che 18enne e nulla facente «dormiva fino a tardi la mattina, non lavorava». Poi «usciva e stava fuori tutto il giorno per tornare a casa a notte fonda». Nessuna spiegazione era data, e nessuna domanda era consentita. Solo botte. «A volte mi picchiava senza alcun motivo, calci e pugni». L’inferno in terra, fin quando Ilaria se ne va a casa dei suoi e decide di farla finita con quella storia. Ciccio pesce, prova a parlare con il padre di lei, ma niente, La Torre è irremovibile. Va bene tutto, ma le botte ad una ragazzetta quelle no. Ilaria durante il processo di Palmi racconta di quell’uomo che a volte «sembrava avesse assunto stupefacenti». Di droga e di armi, in casa non se ne sono mai visti. 

La ragazza dice di non sapere nulla dell’allora marito, nè chi frequentasse nè come si procurasse i soldi per pagare l’affitto, le bollette, il necessario per vivere. Sa solo che la menava e che per questo lo ha lasciato, nonostante la paura. C’è poi un altro particolare, nei mesi in cui era ospite del padre, una sera che era uscita per andare ad una recita scolastica, in due si presentano nella casa dove era ospite. Calzamaglia in faccia e pistola in pugno chiedono di lei. Girano per casa, controllano le stanze, vogliono sapere dove sia. Il padre e la sorella dicono che è partita. I due si fano persuasi e vanno via. Lei la vanno a prendere gli zii che praticamente la scortano a casa. C’è una formale denuncia. Ilaria ne parla in aula «forse è stata opera di Ciccio che voleva riportasela a casa. E capace di cose del genere». Da allora niente più. Nessun rapporto, nessuna seccatura. Una vita diversa, finalmente. Qualcuno probabilmente ha fatto sapere ai Pesce, che quella storia doveva finire li. Che quello scavezzacollo di Francesco non doveva esagerare, che già era andato fin troppo oltre. 

IL SERVIZIO COMPLETO, A FIRMA DI GIUSEPPE BALDESSARRO, SULL'EDIZIONE CARTACEA DI OGGI DEL QUOTIDIANO DELLA CALABRIA.

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