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Il Pg Di Landro accusa Lo Giudice
e parla dei contrasti nella procura

Calabria

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CATANZARO -  Le bugie di Antonino, Nino, Lo Giudice e  la ricostruzione dei fatti che lascerebbe a desiderare. Poi, quei rapporti intessuti da alcuni magistrati con i Lo Giudice appresi dai verbali e dai giornali. 
Parla il  procuratore generale di Reggio Calabria, Salvatore Di Landro. Lo fa nel corso del processo  sugli attentati di due anni fa contro i magistrati  della città dello Stretto (attentati rivolti  in particolare contro lo stesso Di Landro, e l'ex procuratore Giuseppe Pignatone, ora a capo della Procura di Roma) che vede sul banco degli imputati Luciano Lo Giudice, Antonino Cortese e Vincenzo Puntorieri.    «Antonino Lo Giudice mente - ha detto Di Landro - non aveva motivo di avercela con me. Ma non può dire chi gli ha ordinato l'attentato, perché  lo ucciderebbero. Se sono stati i Lo Giudici lo stabilirà il Tribunale». «In quei mesi  lo stato di tensione si respirava ancora oggi io e la mia famiglia lo  avvertiamo», ha sottolineando Di Landro che, nel ribadire che quelli non furono gli unici segnali,   ha ricordato  l'episodio del giugno 2010, quando la sua vettura blindata perse una ruota perché i bulloni erano allentati, poco dopo essere stato lasciato a casa. «Una prima consulenza fatta dalla Procura di Reggio -  ha aggiunto Di Landro, parlò di natura dolosa, poi i pm di Catanzaro hanno rinnovato la perizia affidandola a un solo tecnico, mentre mi aspettavo una perizia collegiale, che ha concluso dicendo di avere saputo dalla Fiat che può capitare».  E allora per Di Landro il dubbio che tutto ciò non può essere frutto di una piccola cosca prende sempre più corpo. «Nella mia carriera ho processato tutte le cosche del Reggino, ma mai ho avuto a che fare con i Lo Giudice. E poi ai Lo Giudice, in particolare a Luciano, erano state messe microspie anche nelle orecchie e dalle intercettazioni mai esce il mio nome. Solo il 26 aprile 2010 Luciano Lo Giudice dice “adesso cominciamo a fare bordello”». 
 Di Landro ha anche parlato dei contrasti all'interno della procura generale, sorti dopo il suo arrivo, a fine novembre 2009, con il sostituto procuratore generale Francesco Neri in merito alla gestione di un processo contro gli autori di un assalto ad un furgone blindato nel quale morì una guardia giurata. Contrasti che hanno portato il Csm all'adozione di una misura cautelare con il passaggio ad altra sede ed altre funzioni di Neri per incompatibilità ambientale.   «Sono arrivato a sostituire il pg del processo - ha detto Di Landro - perché non abbastanza severo. Ho individuato in quel processo la possibile causale della prima bomba».  Nel corso della sua lunga testimonianza Di Landro ha spiegato di essere «a conoscenza di rapporti tra Nino Lo Giudice con magistrati di Reggio Calabria, oltre a Neri. Uno di questi presta servizio nel mio ufficio. Si tratta di Francesco Mollace. È stato trasferito dalla Procura di Reggio Calabria il 9 dicembre 2009, pochi giorni dopo la mia nomina». Il procuratore generale di Reggio ha anche fatto il nome dell'ex procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia Alberto Cisterna.   «Sapevo - ha detto Di Landro rispondendo ad una domanda del pubblico ministero - che Lo Giudice aveva delle aspettative su Mollace e Cisterna soprattutto per Luciano».    Tuttavia dei rapporti tra   Lo Giudice e i magistrati di Reggio Calabria,   Di Landro ha spiegato di averlo appreso «dalla lettura di verbali e dai giornali».    E' toccato poi a Luciano Lo Giudice,  ritenuto  il boss dell'omonima cosca intervenire, facendo dichiarazioni spontanee. «Volevano indurmi a fare nomi di magistrati. Volevano farmi accusare i magistrati Mollace e Cisterna, ma non ero loro amico. Non ce l'hanno fatta ed hanno usato mio fratello Antonino. Con la 'ndrangheta non ho mai avuto a che fare, ho sempre lavorato onestamente, con il mio bar guadagnavo bene,  e alcuni magistrati li ho conosciuti ma non sono mai stato loro amico. E non ho mai dato informazioni per la cattura di Pasquale Condello» ha sottolineato. «Fino al 2009, quando sono stato arrestato - ha detto Lo Giudice, che è stato accusato dal fratello Antonino che si è pentito - non avevo mai avuto problemi con la giustizia.  Dopo essere stato arrestato, nel novembre 2009, ho scritto alla Direzione nazionale antimafia per denunciare gli abusi di cui ero vittima. Dissi ai miei familiari di andare a cercare un avvocato a Roma, che era l'avvocato  Taormina e  invece per la procura   l'avvocato di Roma era il magistrato Cisterna, ma non è vero».  
 Dopo l'inizio della collaborazione di Antonino, Luciano Lo Giudice ha detto di avere ricevuto nel carcere di Rebibbia la visita dell'allora capo della Squadra mobile di Reggio, Renato Cortese, che gli propose di fare altrettanto. «Gli dissi - ha ricordato collegato in videoconferenza - che non avevo niente da collaborare. Dopo vennero anche i procuratori Pignatone e Prestipino dicendomi che Nino aveva detto che ero stato in Austria a comprare armi. Io in Austria non ci sono mai stato. Il fatto è che Nino ha perso la testa per una donna ed ha preso i miei risparmi. Cortese tornò  per dirmi che avevo fatto un patto per fare arrestare Condello, ma io non ho fatto nessun patto. E dopo 20 giorni mia moglie venne arrestata: tutte ritorsioni per farmi parlare. La Questura di Reggio Calabria ha fatto informative false. Sono ancora incensurato, non ho avuto condanne definitive e sono pronto al confronto con chiunque. Sono innocente».   Dopo la conclusione delle dichiarazioni di Lo Giudice, l'udienza è stata aggiornata al prossimo 13 febbraio.

CATANZARO -  Le bugie di Antonino, Nino, Lo Giudice e  la ricostruzione dei fatti che lascerebbe a desiderare. Poi, quei rapporti intessuti da alcuni magistrati con i Lo Giudice appresi dai verbali e dai giornali. Parla il procuratore generale di Reggio Calabria, Salvatore Di Landro. Lo fa nel corso del processo sugli attentati di due anni fa contro i magistrati  della città dello Stretto (attentati rivolti in particolare contro lo stesso Di Landro, e l'ex procuratore Giuseppe Pignatone, ora a capo della Procura di Roma) che vede sul banco degli imputati Luciano Lo Giudice, Antonino Cortese e Vincenzo Puntorieri. «Antonino Lo Giudice mente - ha detto Di Landro - non aveva motivo di avercela con me. Ma non può dire chi gli ha ordinato l'attentato, perché lo ucciderebbero. Se sono stati i Lo Giudici lo stabilirà il Tribunale». «In quei mesi  lo stato di tensione si respirava ancora oggi io e la mia famiglia lo  avvertiamo», ha sottolineato Di Landro che, nel ribadire che quelli non furono gli unici segnali,   ha ricordato  l'episodio del giugno 2010, quando la sua vettura blindata perse una ruota perché i bulloni erano allentati, poco dopo essere stato lasciato a casa. «Una prima consulenza fatta dalla Procura di Reggio -  ha aggiunto Di Landro, parlò di natura dolosa, poi i pm di Catanzaro hanno rinnovato la perizia affidandola a un solo tecnico, mentre mi aspettavo una perizia collegiale, che ha concluso dicendo di avere saputo dalla Fiat che può capitare».  E allora per Di Landro il dubbio che tutto ciò non può essere frutto di una piccola cosca prende sempre più corpo. «Nella mia carriera ho processato tutte le cosche del Reggino, ma mai ho avuto a che fare con i Lo Giudice. E poi ai Lo Giudice, in particolare a Luciano, erano state messe microspie anche nelle orecchie e dalle intercettazioni mai esce il mio nome. Solo il 26 aprile 2010 Luciano Lo Giudice dice “adesso cominciamo a fare bordello”».  Di Landro ha anche parlato dei contrasti all'interno della procura generale, sorti dopo il suo arrivo, a fine novembre 2009, con il sostituto procuratore generale Francesco Neri in merito alla gestione di un processo contro gli autori di un assalto ad un furgone blindato nel quale morì una guardia giurata. Contrasti che hanno portato il Csm all'adozione di una misura cautelare con il passaggio ad altra sede ed altre funzioni di Neri per incompatibilità ambientale.   «Sono arrivato a sostituire il pg del processo - ha detto Di Landro - perché non abbastanza severo. Ho individuato in quel processo la possibile causale della prima bomba».  Nel corso della sua lunga testimonianza Di Landro ha spiegato di essere «a conoscenza di rapporti tra Nino Lo Giudice con magistrati di Reggio Calabria, oltre a Neri. Uno di questi presta servizio nel mio ufficio. Si tratta di Francesco Mollace. È stato trasferito dalla Procura di Reggio Calabria il 9 dicembre 2009, pochi giorni dopo la mia nomina». Il procuratore generale di Reggio ha anche fatto il nome dell'ex procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia Alberto Cisterna.   «Sapevo - ha detto Di Landro rispondendo ad una domanda del pubblico ministero - che Lo Giudice aveva delle aspettative su Mollace e Cisterna soprattutto per Luciano».    Tuttavia dei rapporti tra   Lo Giudice e i magistrati di Reggio Calabria,   Di Landro ha spiegato di averlo appreso «dalla lettura di verbali e dai giornali».    E' toccato poi a Luciano Lo Giudice,  ritenuto  il boss dell'omonima cosca intervenire, facendo dichiarazioni spontanee. «Volevano indurmi a fare nomi di magistrati. Volevano farmi accusare i magistrati Mollace e Cisterna, ma non ero loro amico. Non ce l'hanno fatta ed hanno usato mio fratello Antonino. Con la 'ndrangheta non ho mai avuto a che fare, ho sempre lavorato onestamente, con il mio bar guadagnavo bene,  e alcuni magistrati li ho conosciuti ma non sono mai stato loro amico. E non ho mai dato informazioni per la cattura di Pasquale Condello» ha sottolineato. «Fino al 2009, quando sono stato arrestato - ha detto Lo Giudice, che è stato accusato dal fratello Antonino che si è pentito - non avevo mai avuto problemi con la giustizia.  Dopo essere stato arrestato, nel novembre 2009, ho scritto alla Direzione nazionale antimafia per denunciare gli abusi di cui ero vittima. Dissi ai miei familiari di andare a cercare un avvocato a Roma, che era l'avvocato  Taormina e  invece per la procura   l'avvocato di Roma era il magistrato Cisterna, ma non è vero».   Dopo l'inizio della collaborazione di Antonino, Luciano Lo Giudice ha detto di avere ricevuto nel carcere di Rebibbia la visita dell'allora capo della Squadra mobile di Reggio, Renato Cortese, che gli propose di fare altrettanto. «Gli dissi - ha ricordato collegato in videoconferenza - che non avevo niente da collaborare. Dopo vennero anche i procuratori Pignatone e Prestipino dicendomi che Nino aveva detto che ero stato in Austria a comprare armi. Io in Austria non ci sono mai stato. Il fatto è che Nino ha perso la testa per una donna ed ha preso i miei risparmi. Cortese tornò  per dirmi che avevo fatto un patto per fare arrestare Condello, ma io non ho fatto nessun patto. E dopo 20 giorni mia moglie venne arrestata: tutte ritorsioni per farmi parlare. La Questura di Reggio Calabria ha fatto informative false. Sono ancora incensurato, non ho avuto condanne definitive e sono pronto al confronto con chiunque. Sono innocente».   Dopo la conclusione delle dichiarazioni di Lo Giudice, l'udienza è stata aggiornata al prossimo 13 febbraio.

 

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