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Confermata la condanna per padre Fedele
Abusò della suora, inflitti 9 anni e 3 mesi

Calabria

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CATANZARO - La Corte d’appello di Catanzaro ha ribadito la condanna a 9 anni e 3 mesi di reclusione per padre Fedele Bisceglia, il religioso accusato di violenza sessuale da una suora e per il suo ex segretario, Antonio Gaudio, che dovrà scontare 6 anni e 3 mesi di carcere.

L'EX FRATE. «Sono sereno – ha detto padre Fedele – oggi gioisco adesso vado in piazza per raccogliere fondi per i bambini affamati poi vado in Africa per fare altrettanto. Le persone che hanno condannato me devono stare attenti e anche la suora che non può morire con questo macigno nel cuore. Non so che Natale vivranno io perdono tutto sono un sacerdote di Cristo e questo peccato non l’ho mai neppure pensato».

«Sono un sacerdote di Gesù Cristo - ha aggiunto - hanno condannato lui e non potevano condannare me? E' stata scritta una pagina dolorosa dalla magistratura e dalla Chiesa cosentina. Le persone che mi hanno condannato devono stare molto attente con Gesù Cristo. E la suora, in particolare, non può morire con questo macigno nel cuore e le altre suore, che con uno squallore squallido erano presenti qui oggi, non so che Natale vivranno. Io perdono tutti comunque perchè sarebbe diametralmente opposti a quello che ho detto. Io sono un sacerdote di Cristo e questo peccano non l’ho neanche pensato. Lo sappia corte di Catanzaro. Ha fatto una grande ingiustizia. Debbono rendere conto anche loro a Dio e come dice il Papa attuale non si debbono sentire e considerare dei domini dio. Che squallore squallido. Io prego per loro».

LA DIFESA. «Attendiamo di conoscere le motivazioni della Corte d’appello e non c'è diniego di padre Fedele a ricorrere in Cassazione». A dirlo è stato l’avv. Eugenio Bisceglia, che insieme al collega Franz Caruso ha difeso padre Fedele. «Di certo – ha aggiunto – passando gli ultimi suoi anni in carcere, dovrà essere accompagnato dai magistrati che hanno commesso omissioni ed abusi provati documentalmente nella memoria depositata alla Corte. E' amaro constatare che non esiste una giustizia giusta, così come non esiste una verità processuale». L’avv. Bisceglia, che da sette anni, da quando è iniziata la vicenda giudiziaria, assiste padre Fedele impegnandosi in una intensa attività difensiva alla ricerca di prove a discarico, si riferiva ad una memoria depositata nel corso del processo d’appello nella quale i legali dell’ex frate hanno sottolineato l'inattendibilità della suora dimostrata, a loro giudizio, da altre denunce correlate al processo principale che sono state archiviate mentre era in corso il processo di primo grado ma che non sono confluite in dibattimento. Una circostanza per la quale i difensori avevano chiesto alla Corte di accertare si “possano conseguire violazioni perseguibili a norma di legge».

IL LEGALE DELLA SUORA. «La conferma della sentenza di primo grado è l’esito che attendevamo. Il processo di primo grado ha sviscerato tutti i profili. È stato un processo assai articolato e complesso e la sentenza è stata ampiamente motivata». È questo l’unico commento fatto dall’avv. Marina Pasqua, legale di parte civile per la suora che ha denunciato padre Fedele, alla sentenza di condanna della Corte d’appello di Catanzaro. Nel processo si era costituito parte civile anche il Centro antiviolenza Roberto Lanzino, rappresentato dagli avvocati Giorgia De Gennaro e Amelia Ferrari.

LA SENTENZA DI PRIMO GRADO. Il 6 luglio del 2011 il tribunale di Cosenza ha condannato Padre Fedele a 9 anni e tre mesi di reclusione; Gaudio a sei anni e tre mesi. Le presunte violenze, cinque in tutto, sarebbero state commesse tra il febbraio e il giugno del 2005. Padre Fedele, sempre secondo i giudici cosentini, compare in tutti e cinque. Gaudio in uno solo (i giudici lo hanno ritenuto però responsabile anche di un abuso su di una giovane ospite dell’Oasi). Fu la stessa suora, 45 anni, sostenuta dalle superiori e dalle consorelle, a denunciare i vari episodi, indicando appunto come principali responsabili proprio il frate e il suo segretario. I giudici cosentini l'avevano ritenuta attendibile, descrivendo il principale imputato come un uomo attratto dal sesso: «Il profilo che probabilmente ha indotto - in primis e più degli altri - ad accostarsi istintivamente con prudenza e stupore alle drammatiche rivelazioni della suora è rappresentato - scrissero i giudici di Cosenza nella loro sentenza - dalla circostanza che il principale imputato dei gravissimi e numerosi episodi delittuosi rubricati nei capi di imputazione fosse un frate. Ed invero più che la particolare qualità della persona offesa, ciò che ha colpito è che l'autore dei denunciati stupri vestisse il saio e quindi improntasse la sua vita terrena ai principi dell'amore, della carità e della fratellanza. In realtà - aggiunsero i giudici bruzi - l'istruttoria dibattimentale ha permesso di avere un quadro della personalità del Bisceglia affatto diversa da quella che si accosterebbe ad un religioso, ponendo in evidenza come l'imputato in parola sia stato soggetto, quantomeno negli anni coevi agli episodi denunciati, alla forza irrefrenabile di istinti sessuali che lo hanno portato ad atteggiamenti quantomeno lascivi nei confronti di diverse donne».

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