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Si riapre il caso della nave Cunsky
Ombre sulla morte del pentito Fonti

Calabria

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4 minuti 57 secondi

 

di PAOLO OROFINO
CATANZARO – La storia delle “navi dei veleni” è una vicenda fatta di misteri, lati oscuri e pochi dati ritenuti certi. E pure quei dati certi, ogni tanto diventano incerti e a intermittenza si accendo e spengono e poi si riaccendono. 
Una settimana fa si è ritornato a parlare di tale vicenda, che continua a rimanere complessivamente inquietante, perché un perito incaricato dalla commissione parlamentare sul ciclo rifiuti, a distanza di anni dal decesso, ha scoperto “sostanze tossiche” nel corpo del capitano di corvetta Natale De Grazia, morto improvvisamente nel dicembre del 1995 a Nocera Inferiore, dove si trovava di passaggio, per recarsi da Reggio Calabria a La Spezia, mentre stava investigando sul misterioso spiaggiamento della motonave Jolly Rosso. 
Poi è arrivata la notizia sul Cunsky – l’altra imbarcazione, assieme alla Jolly Rosso, che appartiene alla lista delle presunte “navi dei veleni” su cui hanno indagato le procure calabresi – che ha ribaltato un dato acquisto dalla Dda di Catanzaro, dato che era stato anche citato nell’archiviazione dell’indagine per il ritrovamento del relitto di cui aveva parlato il pentito di ndrangheta Francesco Fonti: il Cunsky, che il collaboratore di giustizia nelle sue dichiarazioni dava per colato a picco al largo di Cetraro con tutto il suo carico pericoloso, nella carte dell’inchiesta della procura catanzarese risultava invece essere stato demolito in India, nel porto di Alang. Adesso tutto cambia, perché dalla commissione parlamentare sulle ecomafie, arriva la notizia che le autorità indiane hanno smentito l’avvenuta demolizione del Cunsky. La procura di Catanzaro adesso, riferiscono fonti attendibili, cercherà di capire come sia possibile che due versioni ufficiali possano contraddirsi su un dato oggettivo. Per svelare l’arcano saranno avviati accertamenti specifici, in modo tale da individuare eventuali tentativi di depistaggio.
LA MORTE DEL PENTITO FONTI. Il pentito appartenuto alle cosche di San Luca è morto venti giorni fa all’età di 64 anni nella località segreta in cui si trovava in conseguenza al suo stato di collaboratore di giustizia. È morto in ospedale “per cause naturali” hanno precisato tutte le agenzie di stampa, a seguito delle sue precarie condizioni di salute.
 Ma dopo il ricovero qualcosa ancora non del tutto chiarito è accaduto nella sua abitazione, ubicata in un centro assistenziale dove viveva da anni riservatamente. Il figlio di Fonti quando è entrato nelle stanze del padre, all’indomani del decesso, ha avuto l’impressione che qualcuno avesse rovistato nei cassetti dell’arredo interno, notando varie carte sparse a terra. 
Non solo. L’altra sorpresa per il figlio del pentito è stata quella di aver trovato cambiate le chiavi della serratura della porta dell’appartamento. Serrature che sarebbero state cambiate dopo il ricovero in ospedale, verosimilmente, dopo la notizia della morte di Fonti. Dettagli che slegati sembrano non aver un significato preciso.

CATANZARO – La storia delle “navi dei veleni” è una vicenda fatta di misteri, lati oscuri e pochi dati ritenuti certi. E pure quei dati certi, ogni tanto diventano incerti e a intermittenza si accendo e spengono e poi si riaccendono. Una settimana fa si è ritornato a parlare di tale vicenda, che continua a rimanere complessivamente inquietante, perché un perito incaricato dalla commissione parlamentare sul ciclo rifiuti, a distanza di anni dal decesso, ha scoperto “sostanze tossiche” nel corpo del capitano di corvetta Natale De Grazia, morto improvvisamente nel dicembre del 1995 a Nocera Inferiore, dove si trovava di passaggio, per recarsi da Reggio Calabria a La Spezia, mentre stava investigando sul misterioso spiaggiamento della motonave Jolly Rosso. Poi è arrivata la notizia sul Cunsky – l’altra imbarcazione, assieme alla Jolly Rosso, che appartiene alla lista delle presunte “navi dei veleni” su cui hanno indagato le procure calabresi – che ha ribaltato un dato acquisto dalla Dda di Catanzaro, dato che era stato anche citato nell’archiviazione dell’indagine per il ritrovamento del relitto di cui aveva parlato il pentito di ndrangheta Francesco Fonti: il Cunsky, che il collaboratore di giustizia nelle sue dichiarazioni dava per colato a picco al largo di Cetraro con tutto il suo carico pericoloso, nella carte dell’inchiesta della procura catanzarese risultava invece essere stato demolito in India, nel porto di Alang. Adesso tutto cambia, perché dalla commissione parlamentare sulle ecomafie, arriva la notizia che le autorità indiane hanno smentito l’avvenuta demolizione del Cunsky. La procura di Catanzaro adesso, riferiscono fonti attendibili, cercherà di capire come sia possibile che due versioni ufficiali possano contraddirsi su un dato oggettivo. Per svelare l’arcano saranno avviati accertamenti specifici, in modo tale da individuare eventuali tentativi di depistaggio.

 

LA MORTE DEL PENTITO FONTI. Il pentito appartenuto alle cosche di San Luca è morto venti giorni fa all’età di 64 anni nella località segreta in cui si trovava in conseguenza al suo stato di collaboratore di giustizia. È morto in ospedale “per cause naturali” hanno precisato tutte le agenzie di stampa, a seguito delle sue precarie condizioni di salute. Ma dopo il ricovero qualcosa ancora non del tutto chiarito è accaduto nella sua abitazione, ubicata in un centro assistenziale dove viveva da anni riservatamente. Il figlio di Fonti quando è entrato nelle stanze del padre, all’indomani del decesso, ha avuto l’impressione che qualcuno avesse rovistato nei cassetti dell’arredo interno, notando varie carte sparse a terra. Non solo. L’altra sorpresa per il figlio del pentito è stata quella di aver trovato cambiate le chiavi della serratura della porta dell’appartamento. Serrature che sarebbero state cambiate dopo il ricovero in ospedale, verosimilmente, dopo la notizia della morte di Fonti. Dettagli che slegati sembrano non aver un significato preciso.

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