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Dall'inchiesta della Dda uno spaccato shock
sul sistema istituzionale vibonese

Calabria

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di PIETRO COMITO
VIBO VALENTIA - Veleni, sospetti, presunte compiacenze, tentativi d’ingerenze e di delegittimazione nella gestione della giustizia, sullo sfondo delle trame intessute dal clan Mancuso di Limbadi. Questo e molto altro emerge dagli atti dell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro denominata “Purgatorio”. 
Una parte dell’informativa del Ros dei carabinieri, che rappresenta il caposaldo dell’enciclopedica indagine coordinata dal sostituto procuratore generale Marisa Manzini, è ormai nota perché acquisita nel procedimento aperto a Salerno a carico dei tre magistrati per i quali il gip Dolores Zarone, giudicando carenti i profili di gravità indiziaria, ha rigettato la misura interdittiva richiesta, con un decreto che i pm Rocco Alfano e Franco Roberti hanno impugnato in sede di Riesame. 
Al netto della posizione dei magistrati, che sarà definita, per competenza, dai giudici campani, ciò che viene fuori dal carteggio non più coperto da segreto è uno spaccato sconcertante che vede addensarsi ombre sinistre sugli apparati dello Stato, in un clima di contrasti interni tra magistrati ed esponenti delle forze dell’ordine e sullo sfondo di un potere criminale, non solo affaristico e militare, ma anche «occulto», che avrebbe operato per condizionare le attività dell’antimafia contro gli stessi Mancuso. 
Un’indagine enorme, che svela come dal 2009 ad oggi la Dda di Catanzaro, in sinergia con la Procura generale, e grazie al supporto investigativo del Ros, abbia monitorato le mosse di alcuni tra gli esponenti apicali del potentissimo casato mafioso vibonese, ricostruendone gli assetti, gli affari e, soprattutto, il sistema di connivenze, anche con settori della politica, delle istituzioni e dell’avvocatura. 
Per ciò che concerne la parte di competenza catanzarese, il Ros - le cui conclusioni sono rimesse alle valutazioni di un magistrato, Marisa Manzini, che per la sua storia ed il suo impegno professionale in tema di lotta alla ’ndrangheta costituisce una garanzia - passa in rassegna, oltre ad un corposo insieme di elementi di novità, tutta una serie di fatti che sono balzati agli onori della cronaca locale. A cominciare, a titolo d’esempio, dalle «quattro interpellanze parlamentari» prodotte sul conto di Pantaleone Mancuso (classe ’47) dall’onorevole Angela Napoli. Un sodale, intercettato in casolare, all’interno del quale i militari del maggiore Giovanni Sozzo avevano piazzato una microspia, d’altronde rassicurò il boss profferendo parole allarmanti sul conto della deputata antimafia: «Si sta lavorando anche per togliere di mezzo ’sta scema qua». L’informativa del Ros di Catanzaro, inoltre,  passa in rassegna anche la vicenda relativa alla morte di Santa Boccafusca, moglie di un altro dei capi del clan di Limbadi, Pantaleone (classe 8/’61). La donna, tra il 14 e il 15 marzo del 2011, mise a verbale la sua intenzione di collaborare con la giustizia, con ciò sfatando il tabù del clan, che non ha mai avuto pentiti al suo interno. Il fatto si verificava due giorni dopo l’assassinio del narcotrafficante Vincenzo Barbieri. Il 16 marzo, quindi, Santa Boccafusca tentò il suicidio ingerendo acido muriatico. Morì il 18 aprile successivo. 
Dalla discovery non più coperta, poi, si apprende come l’avvocato Antonio Galati non fosse l’unico legale del clan Mancuso ad essere sottoposto ad indagini. Almeno un altro penalista, infatti, era bersaglio diretto delle attività intercettive nell’ambito dell’indagine “Purgatorio”. Le investigazioni, infine, si sono concentrate anche su alcuni personaggi politici di primo piano del Vibonese, considerati quantomeno contigui al casato Mancuso, e su un livello, ancora più alto, che alberga nella massoneria.

VIBO VALENTIA - Veleni, sospetti, presunte compiacenze, tentativi d’ingerenze e di delegittimazione nella gestione della giustizia, sullo sfondo delle trame intessute dal clan Mancuso di Limbadi. Questo e molto altro emerge dagli atti dell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro denominata “Purgatorio”. Una parte dell’informativa del Ros dei carabinieri, che rappresenta il caposaldo dell’enciclopedica indagine coordinata dal sostituto procuratore generale Marisa Manzini, è ormai nota perché acquisita nel procedimento aperto a Salerno a carico dei tre magistrati per i quali il gip Dolores Zarone, giudicando carenti i profili di gravità indiziaria, ha rigettato la misura interdittiva richiesta, con un decreto che i pm Rocco Alfano e Franco Roberti hanno impugnato in sede di Riesame. Al netto della posizione dei magistrati, che sarà definita, per competenza, dai giudici campani, ciò che viene fuori dal carteggio non più coperto da segreto è uno spaccato sconcertante che vede addensarsi ombre sinistre sugli apparati dello Stato, in un clima di contrasti interni tra magistrati ed esponenti delle forze dell’ordine e sullo sfondo di un potere criminale, non solo affaristico e militare, ma anche «occulto», che avrebbe operato per condizionare le attività dell’antimafia contro gli stessi Mancuso. Un’indagine enorme, che svela come dal 2009 ad oggi la Dda di Catanzaro, in sinergia con la Procura generale, e grazie al supporto investigativo del Ros, abbia monitorato le mosse di alcuni tra gli esponenti apicali del potentissimo casato mafioso vibonese, ricostruendone gli assetti, gli affari e, soprattutto, il sistema di connivenze, anche con settori della politica, delle istituzioni e dell’avvocatura. Per ciò che concerne la parte di competenza catanzarese, il Ros - le cui conclusioni sono rimesse alle valutazioni di un magistrato, Marisa Manzini, che per la sua storia ed il suo impegno professionale in tema di lotta alla ’ndrangheta costituisce una garanzia - passa in rassegna, oltre ad un corposo insieme di elementi di novità, tutta una serie di fatti che sono balzati agli onori della cronaca locale. 

 

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