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Quel consulente dei magistrati che aiutava i boss
A Reggio in manette il tecnico delle intercettazioni

Calabria

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REGGIO CALABRIA - Un consulente tecnico specializzato nell’ascolto e nella trascrizione di conversazioni telefoniche ed ambientali, Roberto Crocitta, con una collaborazione pluriennale con l’autorità giudiziaria, è stato arrestato dalla squadra mobile di Reggio Calabria e dal Commissariato di Palmi. È accusato di favoreggiamento aggravato dalle finalità mafiose per avere redatto consulenze false per aiutare i boss della 'ndrangheta della piana di Gioia Tauro ad eludere le indagini. 

Al consulente viene contestato, in particolare, di aver commesso, in tempi diversi, condotte di favoreggiamento aggravato dalle finalità mafiose per aver agevolato, con il proprio qualificato operato, alcuni esponenti di alcune cosche della ndrangheta grazie alla redazione sistematica di consulenze false al chiaro fine di aiutare il mafioso di turno a eludere le investigazioni dell'autorità.

I dettagli dell’indagine che è culminata con l’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere concessa dal gip su richiesta della DDA sono stati illustrati stamani in Questura, alla presenza del questore Guido Longo, del procuratore facente funzioni Ottavio Sferlazza, del procuratore aggiunto della DDA Michele Prestipino Giarritta, del capo della squadra mobile Gennaro Semeraro e del suo vice Francesco Rattà, e del dirigente del Commissariato di Palmi, Fabio Catalano.
Sono tre gli episodi contestati al consulente, che secondo l'accusa avrebbe volutamente modificato o omesso una parola nella propria consulenza, andando a intaccare proprio quelle parti delle intercettazioni ritenute più gravemente indizianti nei confronti degli indagati. I tre processi nei quali Crocitta ha depositato la consulenza tecnica di parte, da giugno a novembre 2010, erano rispettivamente a carico della cosca Gallico, della cosca Pesce e della cosca Bellocco. Tutte e tre operanti nella Piana di Gioia Tauro. L’uomo, sentito dagli inquirenti, si è difeso affermando di avere scritto quello che aveva sentito durante l’attività di trascrizione delle intercettazioni. E invece, ad inchiodare l’uomo, che secondo l'accusa sarebbe stato ben consapevole di aver modificato le parole per favorire gli indagati, vi è una trascrizione di un colloquio in carcere tra un detenuto e il figlio. Quest’ultimo dice di avere sentito una frase incriminata in compagnia del consulente, e che «effettivamente» la frase era stata pronunciata così come sosteneva l’accusa.

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