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Cinque condanne per l'agguato al boss Sia
Lui scampò, ma venne ucciso in seguito

Calabria

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CATANZARO – Si sono conclusi con cinque condanne, a pena comprese fra tre anni e otto mesi di reclusione e un anno, i giudizi abbreviati chiesti da altrettante persone coinvolte nell’inchiesta sul tentato omicidio aggravato di Vittorio Sia, presunto boss dell’omonima cosca del Soveratese scampato all’attentato del marzo 2010, ma rimasto ucciso appena un mese dopo in un successivo agguato portato a termine a colpi di kalashnikov, dell'ambito di una guerra di mafia a cavallo delle province di Vibo, Catanzaro e Reggio Calabria poi battezzata "faida dei boschi". 

Il giudice distrettuale dell’udienza preliminare ha accolto la richiesta della Procura antimafia di Catanzaro di dichiarare i cinque imputati colpevoli (nell’inchiesta sono stati contestati il tentato omicidio aggravato dall’aver agito per agevolare un’associazione a delinquere di stampo mafioso, oltre alla detenzione e porto di armi alterate), ed ha condannato: Domenico Todaro (51 anni), Vincenzo Todaro (30), e Giovanni Angotti (43), a tre anni di reclusione ciascuno, Daniela Iozzo (30) a tre anni e otto mesi, e Pietro Danieli (35), a un anno e 600 euro di multa. 

I cinque avevano chiesto il rito abbreviato a fine novembre quando una sesta persona, Mario Mongiardo, 44 anni, è stata invece rinviato a giudizio. Gli imputati - tranne Danieli – furono destinatari di un provvedimento di fermo di indiziato di delitto per aver partecipato, secondo l'accusa, ciascuno con un preciso ruolo, all’organizzazione dell’attentato ai danni di Sia. Secondo la ricostruzione degli inquirenti infatti, avrebbero agito in concorso nel tentativo di uccidere il presunto boss 51enne, non solo per eliminare una personalità di massimo spessore nella corsa al controllo del territori, ma anche per vendicare la scomparsa del giovane Giuseppe Todaro – sparito il 23 dicembre del 2009 – figlio di Domenico Todaro, fratello di Giuseppe, e fidanzato con la giovane Iozzo.

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